mercoledì 26 novembre 2014

La vita universitaria


Allora, storiella simpatia.
Sono finalmente andato ad iscrivermi in segreteria per l'anno accademico che inizierà a febbraio. Certo, uno sta qui due mesi e finisce all'ultima delle otto settimane ad iscriversi, perché è nella regola di base delle deadlines (scadenze): mai consegnare troppo in tempo, bisogna ridursi all'ultimo, usare il puzzo della fine che s'avvicina come spinta propulsiva.

In realtà c'è da dire che il primo mese l'ho impiegato per capire: chi sono, cosa ci faccio qui, come funziona l'academia una volta terminate le operazioni di routine (tipo laurea triennale e magistrale), come posso reinvestire quello che ho studiato in qualcosa di completamente nuovo e diverso da quello che conosco, conoscere una decina di persone di cui una sola interessante (un italiano, toh! E che se ne andrà a marzo prossimo), rendermi conto di come realtà e iperrealtà siano due mondi contigui, dove il primo generalmente soccombe al secondo.

Poi, due-tre settimane, sono state dedicate allo sviluppare una sintesi della sintesi della ricerca di dottorato. In pratica, produrre in una pagina le proprie intenzioni di tre anni di ricerca.
Figata! Considerando che avevo appena capito che avrei dovuto fare un salto dagli studi di geografia, teorie socio-ambientali, dinamiche di sviluppo territoriale a ruolo dei media nella società, internet mobile e robe da sociologia della comunicazione che non ho mai studiato (per quanto m'interessino e siano estremamente attuali).
Come passare dai pomi ai peri - sempre frutta, eh! - mi ripeto, per convincermi che può funzionare. D'altra parte non si parla di passare da ingegneria a filosofia. Però le domande che mi sono trovato a fare a Lorenzo, il mio supervisore, erano del calibro di: “ma, e le pere hanno i semi, vero?”.
E, per iscrivermi, mi si chiedeva di, digerito in tempi record il salto disciplinare, schematizzare in una pagina le mie intenzioni di ricerca. Benone!
Ci si penserà poi alla lettura e comprensione di almeno cinquant'anni di teorie e applicazioni al riguardo (perché bisogna conoscerle, almeno per evitare figure di merda).
Grazie al cielo, il supervisore è un tipo in gamba (understatement all'inglese) e ha saputo indirizzarmi per evitare di fare un ingresso alla “non so un cazzo di sta roba, ma mi piace un sacco qui, sento le giuste vibrazioni, yeah!”.
Poi, il discorso è che se uno c'ha testa e voglia può reinventarsi e reinvestire il proprio sapere anche in altri ambiti...purché sempre di frutta si tratti!

Sono finalmente andato ad iscrivermi in segreteria per l'anno accademico che inizierà a febbraio.
Ed è stato più semplice di quel che pensassi (amministrativamente parlando), a parte un po' di incomprensioni iniziali con la segreteria, dovute a diversi sistemi burocratici di riferimento: io insistevo che mi rilasciassero una carta di accettazione provvisoria sulla base del nulla, perché mi serviva come requisito per ottenere quel fottuto permesso di soggiorno, senza il quale loro non potevano iscrivermi all'università...(rileggere la frase per coglierne il loop senza ingresso, né uscita).

Dopo un cinque minuti di ciance a vuoto (e uno studente, in servizio allo sportello, in tilt dopo venti secondi), salta fuori una magica e-mail mostrata da cellulare -vedi che internet mobile, sociologia dei media e compagnia cantante hanno un perché!- che forse avrei dovuto mostrare prima.
Nell'e-mail si diceva che dovevo immatricolarmi. Punto.
Aaaah, ecco perché non ci capivamo! Un po' perché loro erano burocrati e, pertanto, non proni alla comprensione dell'umana esistenza e un po' perché io, quando si tratta di burocrazia, mi arrendo all'istante e inizio deliberatamente a non capirci più un cazzo. È più forte di me: sento le parole “segreteria”, “amministrazione”, “moduli” e addio!, ho più possibilità di sopravvivere se mi abbandoni nel deserto del Karoo che in un ufficio amministrativo.

Ok, allora che mi resta da fare? Devo allegare alla domanda, completa di numero di passaporto...Ha! Questa volta ti ho fottuto, burocrazia! Mi sono portato dietro qualsiasi documento e scartoffia varia: passaporto, carta d'identità (che non vale un cazzo fuori EU), patente, trascrizione della laurea magistrale e di quella triennale, casellario giudiziario, spettroscopia solare, tesi di laurea rilegata in pelle, papiro della triennale, stampata del profilo Facebook e, dulcis in fundo, la ricetta del liquore al mandarino della nonna Maria.
Bene, come ultima cosa devo allegare 100 Rand (circa 7€ e mezzo) per l'inoltro pratica e copia autenticata della trascrizione della laurea magistrale. Cazzo!
Dove la faccio?
In posta!
Perfect!
Vado in posta che, fortunatamente, al momento non è affetta da sindrome della fila africana, cioè lentissima ed infinita e, bam!, chi ti scorgo? La tipa stalker!
E qui arriviamo a quel racconto che avevo anticipato nel precedente racconto. Quindi digressione, o regressione, bah, tanto non esiste una trama, per cui...

Un venerdì sera, annoiato come il solito dall'assenza di attrazioni della località, ero andato al solito pub colored, l'Olde 65.
Ero seduto che scrivevo ad uno dei pochi tizi che conosco in zona, per chiedergli se voleva uscire a farsi una birra e due chiacchiere.
Si siede al tavolo un ragazzo che inizia a parlarmi e di cui riesco a comprendere circa un 20%, un po' per il volume della musica un po' perché il tizio parla sottovoce. Un po' annuisco, un po' domando di ripetere, nel complesso non capisco na mazza.

Ad un certo punto arriva la sua congrega di amici e amiche e si siedono al tavolo, si scambiano un po' di battute di circostanza (“Ah, che figo, hai il mio stesso telefono!” - “Mh,” penso o dico “interessante” -mentre sbadiglio-), poi il tipo sguaina da sotto la giacca na bozza di sidro, che s'era portato dal supermercato per risparmiare, e va a prendere un bicchiere con ghiaccio al banco (e lì ho pensato “fico, se ne sbattono completamente se uno si porta da bere il suo”). 

Ci siamo bevuti il bicchiere di sidro in compagnia, a rotazione e condivisione, e io facevo domande sul Umqombothi (una pappa fermentata, alcolica, che si usa bere in compagnia passandosela, dove la “q” viene pronunciata con uno schiocco della lingua sul palato, come molte altre consonanti in isiXhosa...tra cui la “xh” di isiXhosa...in breve: una lingua impossibile da pronunciare...peccato che la dovrò imparare).

Poi il tipo, Lucky (diminutivo di un ben più lungo nome Xhosa), mi chiede se voglio andare con loro in un bar ancora più sciolto rispetto a questo, dove ci sono anche i tavoli da biliardo. Penso, che più “sciolto” di questo c'è solo una stamberga di quattro muri dove ognuno si porta il suo e si sta seduti a chiacchierare. Va beh, andiamo.
Allora camminiamo un po' verso sto bar, che sta tra il centro e la location (lunga storia spiegare cos'è centro, location, township: per ora vi basti sapere che sono diverse aree residenziali, contraddistinte da diverso e decrescente status sociale).

Arriviamo in sto posto, che mi pare una figata di primo acchito: ha la stessa decadenza di un centro sociale, lo stesso grado di alcolismo di un SerT, la sgarrupatezza di un edificio destinato all'abbattimento e una gabbia da polli (Blues Brothers docet) che riveste il bancone del bar e ciò è condivisibile, dato che a nessuno e nemmeno ai baristi piace trovarsi minacciati con la lama alla gola.
[Segue nella prossima]