Allora, storiella
simpatia.
Sono finalmente
andato ad iscrivermi in segreteria per l'anno accademico che inizierà
a febbraio. Certo, uno sta qui due mesi e finisce all'ultima delle
otto settimane ad iscriversi, perché è nella regola di base delle
deadlines (scadenze): mai consegnare troppo in tempo, bisogna ridursi
all'ultimo, usare il puzzo della fine che s'avvicina come spinta
propulsiva.
In realtà c'è da
dire che il primo mese l'ho impiegato per capire: chi sono, cosa ci
faccio qui, come funziona l'academia una volta terminate le
operazioni di routine (tipo laurea triennale e magistrale), come
posso reinvestire quello che ho studiato in qualcosa di completamente
nuovo e diverso da quello che conosco, conoscere una decina di
persone di cui una sola interessante (un italiano, toh! E che se ne
andrà a marzo prossimo), rendermi conto di come realtà e iperrealtà
siano due mondi contigui, dove il primo generalmente soccombe al
secondo.
Poi, due-tre
settimane, sono state dedicate allo sviluppare una sintesi della
sintesi della ricerca di dottorato. In pratica, produrre in una
pagina le proprie intenzioni di tre anni di ricerca.
Figata!
Considerando che avevo appena capito che avrei dovuto fare un salto
dagli studi di geografia, teorie socio-ambientali, dinamiche di
sviluppo territoriale a ruolo dei media nella società, internet
mobile e robe da sociologia della comunicazione che non ho mai
studiato (per quanto m'interessino e siano estremamente attuali).
Come passare dai
pomi ai peri - sempre frutta, eh! - mi ripeto, per convincermi che
può funzionare. D'altra parte non si parla di passare da ingegneria
a filosofia. Però le domande che mi sono trovato a fare a Lorenzo,
il mio supervisore, erano del calibro di: “ma, e le pere hanno i
semi, vero?”.
E, per iscrivermi,
mi si chiedeva di, digerito in tempi record il salto disciplinare,
schematizzare in una pagina le mie intenzioni di ricerca. Benone!
Ci si penserà poi
alla lettura e comprensione di almeno cinquant'anni di teorie e
applicazioni al riguardo (perché bisogna conoscerle, almeno per
evitare figure di merda).
Grazie al cielo, il
supervisore è un tipo in gamba (understatement all'inglese) e ha
saputo indirizzarmi per evitare di fare un ingresso alla “non so un
cazzo di sta roba, ma mi piace un sacco qui, sento le giuste
vibrazioni, yeah!”.
Poi, il discorso è
che se uno c'ha testa e voglia può reinventarsi e reinvestire il
proprio sapere anche in altri ambiti...purché sempre di frutta si
tratti!
Sono finalmente
andato ad iscrivermi in segreteria per l'anno accademico che inizierà
a febbraio.
Ed è stato più
semplice di quel che pensassi (amministrativamente parlando), a parte
un po' di incomprensioni iniziali con la segreteria, dovute a diversi
sistemi burocratici di riferimento: io insistevo che mi rilasciassero
una carta di accettazione provvisoria sulla base del nulla, perché
mi serviva come requisito per ottenere quel fottuto permesso di
soggiorno, senza il quale loro non potevano iscrivermi
all'università...(rileggere la frase per coglierne il loop senza
ingresso, né uscita).
Dopo un cinque
minuti di ciance a vuoto (e uno studente, in servizio allo sportello, in tilt dopo venti secondi), salta fuori una magica e-mail
mostrata da cellulare -vedi che internet mobile, sociologia dei media
e compagnia cantante hanno un perché!- che forse avrei dovuto
mostrare prima.
Nell'e-mail si
diceva che dovevo immatricolarmi. Punto.
Aaaah, ecco perché
non ci capivamo! Un po' perché loro erano burocrati e, pertanto, non
proni alla comprensione dell'umana esistenza e un po' perché io,
quando si tratta di burocrazia, mi arrendo all'istante e inizio
deliberatamente a non capirci più un cazzo. È più forte di me:
sento le parole “segreteria”, “amministrazione”, “moduli”
e addio!, ho più possibilità di sopravvivere se mi abbandoni nel
deserto del Karoo che in un ufficio amministrativo.
Ok, allora che mi
resta da fare? Devo allegare alla domanda, completa di numero di
passaporto...Ha! Questa volta ti ho fottuto, burocrazia! Mi sono
portato dietro qualsiasi documento e scartoffia varia: passaporto,
carta d'identità (che non vale un cazzo fuori EU), patente, trascrizione della laurea magistrale e di quella triennale,
casellario giudiziario, spettroscopia solare, tesi di laurea rilegata
in pelle, papiro della triennale, stampata del profilo Facebook e,
dulcis in fundo, la ricetta del liquore al mandarino della nonna
Maria.
Bene, come ultima
cosa devo allegare 100 Rand (circa 7€ e mezzo) per l'inoltro
pratica e copia autenticata della trascrizione della laurea
magistrale. Cazzo!
Dove la faccio?
In posta!
Perfect!
Vado in posta che,
fortunatamente, al momento non è affetta da sindrome della fila
africana, cioè lentissima ed infinita e, bam!, chi ti scorgo? La
tipa stalker!
E qui arriviamo a
quel racconto che avevo anticipato nel precedente racconto. Quindi
digressione, o regressione, bah, tanto non esiste una trama, per
cui...
Un venerdì sera,
annoiato come il solito dall'assenza di attrazioni della località,
ero andato al solito pub colored, l'Olde 65.
Ero seduto che
scrivevo ad uno dei pochi tizi che conosco in zona, per chiedergli se
voleva uscire a farsi una birra e due chiacchiere.
Si siede al tavolo
un ragazzo che inizia a parlarmi e di cui riesco a comprendere circa
un 20%, un po' per il volume della musica un po' perché il tizio
parla sottovoce. Un po' annuisco, un po' domando di ripetere, nel
complesso non capisco na mazza.
Ad un certo punto
arriva la sua congrega di amici e amiche e si siedono al tavolo, si
scambiano un po' di battute di circostanza (“Ah, che figo, hai il
mio stesso telefono!” - “Mh,” penso o dico “interessante”
-mentre sbadiglio-), poi il tipo sguaina da sotto la giacca na bozza
di sidro, che s'era portato dal supermercato per risparmiare, e va a
prendere un bicchiere con ghiaccio al banco (e lì ho pensato “fico,
se ne sbattono completamente se uno si porta da bere il suo”).
Ci
siamo bevuti il bicchiere di sidro in compagnia, a rotazione e
condivisione, e io facevo domande sul Umqombothi (una pappa
fermentata, alcolica, che si usa bere in compagnia passandosela, dove
la “q” viene pronunciata con uno schiocco della lingua sul
palato, come molte altre consonanti in isiXhosa...tra cui la “xh”
di isiXhosa...in breve: una lingua impossibile da
pronunciare...peccato che la dovrò imparare).
Poi il tipo, Lucky
(diminutivo di un ben più lungo nome Xhosa), mi chiede se voglio
andare con loro in un bar ancora più sciolto rispetto a questo, dove
ci sono anche i tavoli da biliardo. Penso, che più “sciolto” di
questo c'è solo una stamberga di quattro muri dove ognuno si porta
il suo e si sta seduti a chiacchierare. Va beh, andiamo.
Allora camminiamo
un po' verso sto bar, che sta tra il centro e la location (lunga
storia spiegare cos'è centro, location, township: per ora vi basti
sapere che sono diverse aree residenziali, contraddistinte da diverso
e decrescente status sociale).
Arriviamo in sto
posto, che mi pare una figata di primo acchito: ha la stessa
decadenza di un centro sociale, lo stesso grado di alcolismo di un
SerT, la sgarrupatezza di un edificio destinato all'abbattimento e
una gabbia da polli (Blues Brothers docet) che riveste il bancone del
bar e ciò è condivisibile, dato che a nessuno e nemmeno ai baristi
piace trovarsi minacciati con la lama alla gola.
[Segue nella
prossima]
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