giovedì 30 ottobre 2014

Cene eleganti


E insomma l'altra sera sono stato invitato ad un evento mondano, di quelli dal sapore un po' coloniale, dove vari personaggi rappresentanti nobiltà e borghesia europee si ritrovano intorno ad una tavola imbandita, nel mezzo del continente nero, a distillare ipocritamente perle di superiorità snobista nei confronti del luogo che hanno scelto, un po' per rifugio e un po' per scelta avventurosa.

Allora, c'era un tedesco, un francese e un...
No, vabbé, questa era l'introduzione di fantasia, però l'aria che respiravo non era poi tanto meno ipocrita. In ogni leggenda c'è sempre un fondo di realtà, ed eccola qui.

Ero stato invitato a cena da delle ragazze sudafricane con le quali mi ero sbruffonato un paio di settimane fa, invitandole per una golosa parmigiana da me preparata.
Mi preparo in tiro a manetta, total black con solo l'elemento rosso delle scarpe, capello impatinato che più italiano non si può e un paio di bottiglie di bianco di quello buono, del Capo Occidentale: Chenin Blanc e Chardonnay.
Arrivo e trovo una bella atmosfera, la padrona di casa che sta ultimando i preparativi della cena, un curry di verdure accompagnato da del riso integrale. Veramente buono, c'è da dirlo.
Non tutti gli effetti del colonialismo britannico sono stati nefasti, alcuni (marginali) sono positivi come in effetti è la cucina sudafricana. Un melange di sapori africani, europei ed indiani.

E c'era pure sta tipa che sforava un po' la media dell'età dei partecipanti e sforava anche la buona usanza di starsene un po' zitti e lasciar parlare anche gli altri.
Ma come tutti gli europei di una certa età che incontri in Africa, c'aveva un sacco di roba da raccontare, esperienze e avventure. Insomma, quella che chiamo la “sindrome di Joseph Conrad”.
Sì, però almeno lui le sapeva raccontare bene, le storie.
Dai racconti di sta tizia percepivo solamente un rancore infinito verso questi luoghi, ed ero curioso di capire da dove proveniva sta negatività.

Presto detto, era stata rapinata due volte in casa, negli ultimi mesi, con tanto di gasatura soporifera. A Gaborone, capitale del Botswana, paese popolato da persone notoriamente pacifiche, come per sua stessa ammissione.
Mh, bene, colgo al volo le motivazioni di una tale voglia di parlare, condividere e soprattutto la negatività, rafforzata anche dall'omicidio per rapina di un suo collega e amico, sempre in Botswana.

Già, le capitali, i grandi assembramenti di persone non sono i posti più sicuri della terra, figuriamoci in Africa. Poi, nell'Africa del sud, dove c'è uno Zimbabwe dittatoriale che continua a produrre emigranti e un Sudafrica e un Botswana che li accolgono loro malgrado (perché le frontiere sono assai porose, per la stessa natura ed eredità culturale della mobilità africana).
A dire il vero, volevo tratteggiare una descrizione assai infastidita di questa persona, ma mi rendo conto, mentre scrivo, che le sue parole erano infette da una bile viva e motivata, purtroppo. Ciò non toglie che avesse delle visioni del mondo molto sterili e noiose: stantie, in una parola.

***Attenzione: il seguente passaggio potrebbe risultare palloso***
Ho sempre avuto questa teoria, che credo qualche altro geografo o storico abbia già sviluppato. Riguarda il fatto che la “metropoli” (e il conseguente mito della città e corsa verso la città) sia stata introdotta nell'Africa subsahariana dagli europei, per questioni logistiche, amministrative e commerciali. E questo abbia contribuito ad erodere il “villaggio”, che era prodotto della cultura subsahariana, nel senso più vasto. In termini geografici si parla di topos, cioè luogo in greco, però inteso come luogo-tipo, cioè la tipologia di luogo che una cultura esprime, fatta di x relazioni che influenzano e a loro volta sono influenzate da dimensioni, risorse naturali, dinamiche sociali (auto-controllo sociale, auto-osservazione, redistribuzione, ri-produzione fisica dei luoghi, trasmissione di sapere, ecc..), insomma tutto ciò che può essere inserito in un concetto più ampio di territorio. Ecco, una delle forme tipiche di territorio dell'Africa subsahariana è il villaggio, la metropoli è un topos estraneo che pertanto produce dinamiche conflittuali. Questo discorso è proprio ridotto all'osso e ci sono lacune e imprecisioni pazzesche, ma non posso fare una dissertazione geografica, qui, ora.
***Fine della pallosità***

Ecco, una delle motivazioni per cui è sconsigliato risiedere in una capitale o metropoli subsahariana l'avete capito con una semplice lettura di dieci minuti (se vi siete sobbarcati l'onere di leggere anche il passaggio palloso, altrimenti fidatevi di me, oppure fidatevi delle auto blindate e dei passaggi protetti sopraelevati di Pretoria, come mi raccontava Umberto).
Diverso è se si viene in Africa a fare “business”, per fare “il business” bisogna stare al centro!, non puoi fare “il business” stando a Grahamstown o a Chimbelele (nome di fantasia del villaggio X -magari esiste pure-).
Allora sai che l'impresa comporta sempre dei rischi e questi sono prettamente economici, in gran parte dell'occidente, dove il guadagno eventuale è relativo, ma gli stessi rischi diventano elevati e includono la tua stessa salute se l'impresa la fai in Africa subsahariana, dove con un investimento minimo puoi avere enormi guadagni, perché le regole, il mercato, e tutta la fuffa a seguire, sono fattori negoziabili e aggiustabili a piacimento (non secondo la “mano invisibile”), tanto quanto la vita di chi ci sta dentro. E lo vediamo, con il massacro di Marikana nel 2012, con la guerra in Congo che va avanti da vent'anni per le risorse naturali, tra cui il coltan.
Ma questo forse lo ignori volutamente quando scegli di venire a fare “il business” in Africa, perché credi di giocare facile.
Poi però non puoi permetterti di sputare nel piatto dove hai mangiato. Altrimenti rimanevi a sgomitare in Europa, dove avevi salva la pelle ma meno quattrini.
Ecco perché mi è stata sul cazzo quell'ingegnera tedesca.

È facile dire che gli africani fanno un uso tribale della politica, basta che poi non inneggi a Putin, solo perché ti stanno sulle palle gli Stati Uniti. Perché allora vuol dire che semplicemente tu non hai capito un cazzo né dell'Africa, né del mondo. (Per quel che riguarda gli “equilibri da guerra fredda” ne possiamo riparlare in un altro capitolo).

In un attimo che mi sono scaldato sono riuscito (persino!) a dirle che “la logica de il nemico del mio nemico è mio amico non funziona”, pensa tu! Sì, perché anch'io, sta ceppa, sono un diesel e tutti sti discorsi che riesco a mettere in linea ora, mentre scrivo, mentre ero lì restavano dentro come un groviglio sobbollente di emozioni di fastidio che non riuscivo ad esprimere, mannaggia a me.
Ma meglio così, altrimenti finiva in baruffa e fine della raffinata serata in stile coloniale.

Cazzo, sono finito a sproloquiare anche stavolta. Mi ero messo in programma di scrivere di cazzate e frivolezze (il file word su cui scrivo si chiama “chipschips”) e alla fine sono riuscito a cazzarci dentro il panettone moraleggiante. Oh, però tranzi, che c'ho già la traccia per la prossima, ed è fichissima, super positiva, e super africana. Giuro che è positiva la prossima. Giuro!

Ma dovevo metter fuori sta cosa che mi rosicava, anche perché dopo un po' di discorsi di quella sera mi sentivo come la tizia Cleo, nel film Freaks!, quando le iniziano a cantare “Uno di noi! Uno di noi! Uno di noi!”, e io mi dicevo “no! Non sono come voi! Sì, cioè, sono bianco, ricco, europeo, ma non sono come voi! Non la penso come voi!”.
Anche perché, dài, sta tipa era insopportabile, era l'espressione di tutto ciò che era inteso come lo “sviluppo in Africa” calato dall'alto: via di mega progetti cementoni, l'ingegnere europeo che si stizzisce se le perdono la richiesta del permesso di business activity in Namibia e non la ripresenta perché così è, va in Botswana ed è casa sua solo perché zeppo di crucchi, io so' io e voi nun siete un cazzo...

Fortunatamente al tavolo sedeva anche una dignitaria del Regno Unito che ha supportato il mio fastidio, in quel momento, anti-germanico. Del resto, si sa, quel che unisce l'Europa è il comune fastidio e intolleranza reciproca, che a volte vede accomunati gli uni contro gli altri, poi si rimescolano le alleanze, e sono gli altri uni contro gli uni altri. Un po' come succedeva durante la storia moderna, la storia contemporanea, e oggi.

Umanamente capisco che la tragedia che uno può sperimentare, come nelle situazioni che ha passato questa tipa, porti ad avere una percezione nefasta. E probabilmente ce l'avrò anch'io quando mi rapineranno e probabilmente mi dirò “ma che cazzo ho scritto quella volta, mannaggia a sti negri, uno viene per fare del bene, un po' di ricerca ed ecco quello che gli capita”...beh, se mi sentirete dire una cosa del genere fatemi rileggere quello che ho scritto oggi. (Solo che a me, del business, non me n'è mai fregato un cazzo).

sabato 25 ottobre 2014

Aggiornamenti random

Ripropongo su questa piattaforma l'email e il post di Fb che ha suscitato molto interesse da parte di chi l'ha letto (eh, beh, certo, se non lo leggi come fai a sapere se ti interessa).

 
Ora so da dove vengono i ceppi batterici che il mio intestino continua ostinatamente ad espellere: la signora che viene a fare le pulizie non fa le pulizie...
Avevo lasciato un tagliere con due coltelli sporchi e ho trovato i due coltelli a scolare nel cestello delle posate lavate ed erano praticamente zozzi come prima, eccetto per una lieve passata sommaria. Poi ho visto come aspira la moquette...mette il tubo prolunga all'aspirapolvere e passa sopra la moquette così, a casaccio, come quando si innaffia coll'innaffiatoio, un po' qui e un po' lì..
Vabbé, tanto non la pago io, però di positivo c'è che ho scoperto dov'è l'aspirapolvere, così almeno posso fare delle pulizie in maniera seria, perché con la scopa sono riuscito a fare ben poco fin'ora.

Ho trovato conferma di quanto Lorenzo teorizzava riguardo la questione delle pulizie e delle housemaids (donne delle pulizie) in SA...in pratica è un modo come un altro per redistribuire un po' di ricchezza verso le classi più povere ed ha poco a che fare con le pulizie vere e proprie. Uno che c'ha i soldi per una casa ne ha anche per darne un po' a chi ne ha bisogno. E allora si fanno lavorare ste signore che così portano a casa da mangiare per figli e nipoti. E si fanno lavorare sti signori, che curano i giardini, per lo stesso motivo (anche se, giudicando dagli effetti, mi sa che mr. Major lavora meglio di mrs. Thuniywe). Perché in realtà queste case e giardini sono talmente semplici che uno potrebbe farsele da solo le pulizie e il giardinaggio (cioè dar da bere alle piante e raccattare le foglie, se escludiamo i lavori stagionali una tantum, tipo la potatura).
Insomma è una forma di carità, celata dietro la dignità di un lavoro. E magari a mrs. Thuniywe sembra effettivamente di svolgere un lavoro solido, efficace e fatto bene, perché questi sono gli standard africani, non ci si deve mai spaccare la schiena. Sì, capisco che possano suonare razziste queste due ultime frasi, ma in realtà molto spesso in Europa siamo talmente imbevuti di political correctness e distanti dalla realtà africana che non ci rendiamo conto che forse si pecca di esagerazione.

Voglio dire che uno che dice che gli africani non c'hanno voglia di spaccarsi la schiena viene detto razzista. Ma, secondo me, il razzismo in questo caso sta più che altro nella generalizzazione che viene fatta. Perché ci sono sudafricani che si sbattono e riescono a sollevarsi dalla polvere e ci sono sudafricani (molti qui a Grahamstown) che non ne hanno intenzione, non l'hanno mai avuta, che se la sciallano e bene così.
 

Ma per evitare facili generalizzazioni appunto, c'è da dire che a molti sudafricani neri non è mai stato insegnato cosa vuol dire “aspirare a”, o semplicemente non hanno avuto i mezzi per farlo, per pensare che c'è qualcos'altro oltre ad abbandonare una scuola ritenuta inutile (per molti versi a ragione), andare in città “a far fortuna”, salvo poi mettere incinte le morosette e finire a fare l'accattone, nella migliore delle ipotesi. Come il mio amico George -poco più che un ragazzino-, che ho conosciuto nelle mie passeggiate serali. Partito da Peddie (paesotto rurale ad una sessantina di chilometri da Gtown) per andar a far schei nella città, come giardiniere.
Nessuno gli ha mai insegnato che il lavoro di allevatore (anche con poco, eh, mica si parla di mandrie, una decina di capre, qualche pecora magari, un bel pollaio...qui il pascolo è ancora libero e praticamente sconfinato, nelle terre delle comunità indigene, cioè dei mori) a Peddie gli avrebbe garantito un'esistenza dignitosa... Nessuno gli ha mai insegnato che la storia della “fortuna in città” è un mito che si perpetua ovunque nel mondo e che nei paesi in via sviluppo si materializza come nel suo caso, cioè in accattonaggio e stenti (se sei una persona buona, perché se invece hai tendenze astute...).

A Gtown c'è una popolazione di circa 120mila abitanti, poco più di Vicenza, ma se giri per il centro ti sembra un paese di al massimo 15mila abitanti: pochi negozi, tre supermercati in tutto (uno “luxury” Pick'nPay, uno medio Checker's, uno hard discount Shoprite), due pompe di benzina. E dopo un po' capisci il perché: il 70% circa della popolazione di Gtown è disoccupata e qui ti spieghi il perché nonostante il numero di abitanti sembra che le attività commerciali siano sottodimensionate. No, no, non sono sottodimensionate, sono la giusta quantità per la quantità di abitanti che hanno il potere d'acquisto sufficiente per servirsene.

La disoccupazione a Gtown è composta da, mi sembra di capire, una base fissa di disoccupati cronici che son contenti così, con quello che gli passa lo stato, e una larga maggioranza di avventurieri che lasciano le zone rurali per cercare fortuna in città, come il compare George. Quello che li accomuna è il basso grado di istruzione. La scuola in SA funziona come negli USA, vuoi un'istruzione che ti permetta di accedere al mondo del lavoro? Paga! Non hai i soldi? Allora ti devi accontentare di quello che passa il convento: una scuola pubblica che fornisce un'istruzione farlocca e che alla fine della maturità ti permette di avere le stesse conoscenze di una terza media italiana.
E dove cazzo vuoi andare a finire se questi sono i presupposti? Già, il sussidio di disoccupazione integrato con l'accattonaggio sembra, al fine, una buona soluzione, magari metti pure incinta la morosa così ti becchi pure il sussidio per il child support...
E qui vedi tutta l'ingiustizia sociale che si esprime in un tale sistema di istruzione (e a chi mi viene a blaterare della più grande democrazia del mondo, gli USA, gli sferro un calcio nei coglioni prima, e poi gli spiego che quella “democrazia” sta in piedi solo perché c'hanno una potenza militare globale che gli permette di conservare lo status quo per il quale anche l'ultimo sfigato cittadino americano può accedere a dei prezzi ragionevolmente bassi).


Certo anche il governo e l'ANC (che sono poi la stessa cosa, since 1994) hanno la loro mega responsabilità. L'ANC è oggi un partito di demagoghi populisti, nacque come partito di lotta per l'emancipazione dei neri, all'inizio del '900 mi pare. Nelson Mandela fu il più eminente rappresentante di quel partito (ma la storia di Mandela la conosciamo tutti, credo, e alla sua figura va tutto il mio rispetto, per la lotta, per il gabbio che s'è fatto, per l'astuzia politica che ha adottato una volta fuori di galera). Ma quel partito ora è semplicemente pura merda: retorica vuota, incapacità di governare, corruzione, e sussidi a manetta e a pioggia.
È la solita storia dei rivoluzionari istituzionalizzati che alla fine si siedono sugli stessi troni dei despoti che avevano rovesciato.
Ed è proprio nell'interesse dell'ANC perpetuare un'istruzione inutile, per avere un popolo ignorante che possono imbere di chiacchiere vuote e sussidi generosi.

Ho un pensiero che può sembrare cinico, di primo impatto, ma non lo è: è un bene che Madiba sia morto. Almeno l'ANC non lo può più tirar fuori e sventolare come un salvacondotto per ammansire la popolazione di fronte all'incapacità e corruzione che caratterizza il suo agire politico.
È un bene per il futuro del Sudafrica, che le elezioni abbiano un esito diverso rispetto all'attuale 70% che becca l'ANC. C'è veramente bisogno di un cambio nella politica di questo paese.

C'è un partito di centrodestra, DA Democratic Alliance, che becca voti (principalmente dai bianchi) e governa la Provincia del Capo Occidentale (Cape Town), che guardacaso è una delle province a maggioranza bianca. Ma sono mediamente limitati umanamente ed intellettualmente, un po' come tutte le destre lo sono.

Mamphela Ramphele è un personaggio politico molto interessante, è stata attivista anti-apartheid, morosa di Steve Biko, fondatore del Black Consciousness Movement, ha ricoperto ruoli interessanti a livello internazionale (ha presieduto la Banca Mondiale, il che mi fa abbastanza cacare, però se non altro dimostra che ha testa, competenze e credibilità).
Aveva fondato un partito nel 2013, Agang South Africa (Costruire il Sudafrica), che andava oltre la classica divisione dell'elettorato secondo il colore della pelle (neri ANC, bianchi DA), ma ha fatto la cazzata di allearsi con DA e questo ha sollevato un vespaio che alla fine l'ha spinta a ritirarsi dalla politica sudafricana...peccato. Chissà se ritornerà.
E comunque, tra l'altro, aveva detto una cosa giusta: che la popolazione sudafricana non è ancora pronta a superare il concetto di race-based party politics (come cacchio si traduce in italiano? Un partito per razza? Ad ogni razza il suo partito?).

E ne ho conferma sempre. Qualsiasi elemento di quotidianità è permeato dalla classificazione white/black/coloured. I sudafricani sono ossessionati dall'incasellare ogni cittadino secondo il colore della sua pelle. Questo sì che è razzismo puro.

Ovviamente la motivazione di questa ossessione è che ci serve per riparare ai danni dell'apartheid, ci serve per poter darti più opportunità se sei black....ridicolo! Fornite un'istruzione pubblica seria, stupidi idioti! Usate indicatori socio-economici, babbei!
La perversità di questa “riparazione” all'apartheid è ossessiva tanto quanto l'apartheid stesso. Idioti ossessionati dalla razza erano quelli che hanno fondato l'apartheid, idioti ossessionati dalla razza sono questi che tentano di riparare utilizzando le stesse categorie dell'apartheid.
Sono ancora culturalmente schiavi dell'ideologia dell'apartheid. 
Ci vorrebbe un MLK o un Malcolm X, oppure ci vorrebbe che non avessero ammazzato Steve Bantu Biko... e la sua frase “man, you are okay as you are, begin to look upon yourself as a human being” (uomo, sei ok così come sei, inizia a guardarti come un essere umano).

Ieri sera ho avuto un assaggio pratico del concetto della Rainbow nation.
Sono andato in un pub considerato “coloured” (uff, che noia ste categorie) e, dato che sono bianco a quanto pare, ero un po' l'attrazione della serata. Così sono stato agganciato da due studentelli (cazzo, stavo scrivendo “neri”...ma non devo cascarci anch'io in st'ossessione!) di triennale di giornalismo e abbiamo fatto un po' di chiacchiere simpatiche. Mi hanno chiesto se è vero che l'Italia è un paese razzista perché avevano sentito le notizie su Balotelli e poi quella prugnasecca di Tavecchio, e gli ho risposto molto diplomaticamente che l'Italia è un paese con una popolazione mediamente anziana e, sai com'è, i vecchi non vanno pazzi per i cambiamenti.

Poi siamo finiti sul discorso, molto forte qui in SA, del colonialismo linguistico dell'Inglese e di come appiattisca e tenda a cancellare le culture locali, partendo dalla lingua. A quel punto si sono aggiunti alla conversazione due signori seduti in un tavolo a fianco, uno sulla quarantina e uno più anziano sui sessanta. Beh, che figata, il giovane aveva ascendenze nere, bianche e una nonna cinese (e si vedeva dagli occhi), il vecchio era metà nero e metà indiano: il vecchio, Tony, è il boss di un'impresa di commercio frutta e verdura e il giovane, Jerome, un suo impiegato. Quindi alla fine eravamo in cinque e, secondo le amate categorie razziali sudafricane, così assortiti: bianco, nero, nero, coloured, coloured.
Il giovane mi ha raccontato un aneddoto di quando era bambino all'epoca dell'apartheid, per farmi capire come la violenza dell'apartheid fosse radicata anche nei più piccoli. Era a giocare con un suo amico in un campo da cricket che era libero, e così di punto in bianco è stato raggiunto da un fortissimo lancio che l'ha colpito dritto nella schiena, e poi dalle urla di un gruppo di ragazzini bianchi che gli urlavano di andarsene perché quel campo era solo per bianchi. Il mio commento quindi è stato: è difficile lasciar andare un tale passato e muoversi oltre quando sei nato e cresciuto nell'odio. Però è quello che la Commission for Truth and Reconciliation dell'arcivescovo Tutu ha tentato di fare...


Alla fine il pub ha chiuso e i due studenti ci hanno salutato, ma i discorsi si erano fatti interessanti e allora Tony e Jerome mi hanno invitato a bere un'altra cosa nel pub per bianchi e, cazzo, quanto ne sapevano di storia del Sudafrica, mi hanno fatto un compendio del '900 sudafricano, dettagliato e preciso (anche perché qualcosa del SA la conosco anch'io e ho potuto verificarne all'istante la veridicità), soprattutto sulla lotta anti-apartheid, del Black Consciousness Movement e del Pan Africanist Congress e Robert Sobukwe.

Alla fine ci siamo salutati con un “sarebbe ora di smetterla di catalogare le persone a seconda del colore della loro pelle”

8862 km più a Sud (sì, ma in linea d'aria, eh?)

Dopo l'email di aggiornamenti dal Capo Orientale (Sudafrica) che ho inviato a umanità varia (amici, famiglia, conoscenze raffreddate alle quali volevo ricordare la mia fastidiosa presenza), ho ricevuto parecchi feedback positivi, alcuni dei quali (due, sapete chi siete!) mi suggerivano di aprire un blog. Per condividere sapere, esperienze, visioni critiche da luoghi remoti rispetto all'Italia, da dove provengo.

Beh, dopo aver riflettuto un po' ho deciso che era cosa utile e divertente aprire un blog (specie se ciò avviene durante un sabato pomeriggio con un tempo infame).
Però io non sono uno di quei tipi metodici e ordinati che pubblicano regolarmente.
E so anche che questa caratteristica è la principale e fondamentale per mantere vivo l'interesse del pubblico verso il blog.
Quindi questo blog non avrà successo, in quanto posterò scritti e foto in maniera random e non regolare.
Penso che ciò calzi a pennello i miei scopi, in quanto non voglio raccogliere pubblico, ma semplicemente inviare info, riflessioni e cose interessanti a chi mi conosce e mi vuole bene (ma anche per chi mi odia, così può fregarsi le mani qualora apprenda da queste pagine che il mio stato di salute sia eventualmente peggiorato).
 
Knight Street at sunset, Grahamstown (sì, la qualità fa schifo, avevo solo un cellulare con me, beh forse la tolgo sta foto allora, ma no, dài, ne aggiungerò altre migliori poi)


Bon, ecco.
Benvenuto a me, benvenuti a voi!