E insomma l'altra sera sono stato
invitato ad un evento mondano, di quelli dal sapore un po' coloniale,
dove vari personaggi rappresentanti nobiltà e borghesia europee si
ritrovano intorno ad una tavola imbandita, nel mezzo del continente
nero, a distillare ipocritamente perle di superiorità snobista nei
confronti del luogo che hanno scelto, un po' per rifugio e un po' per
scelta avventurosa.
Allora, c'era un tedesco, un francese e
un...
No, vabbé, questa era l'introduzione
di fantasia, però l'aria che respiravo non era poi tanto meno
ipocrita. In ogni leggenda c'è sempre un fondo di realtà, ed eccola
qui.
Ero stato invitato a cena da delle
ragazze sudafricane con le quali mi ero sbruffonato un paio di
settimane fa, invitandole per una golosa parmigiana da me preparata.
Mi preparo in tiro a manetta, total
black con solo l'elemento rosso delle scarpe, capello impatinato che
più italiano non si può e un paio di bottiglie di bianco di quello
buono, del Capo Occidentale: Chenin Blanc e Chardonnay.
Arrivo e trovo una bella atmosfera, la
padrona di casa che sta ultimando i preparativi della cena, un curry
di verdure accompagnato da del riso integrale. Veramente buono, c'è
da dirlo.
Non tutti gli effetti del colonialismo
britannico sono stati nefasti, alcuni (marginali) sono positivi come
in effetti è la cucina sudafricana. Un melange di sapori africani,
europei ed indiani.
E c'era pure sta tipa che sforava un
po' la media dell'età dei partecipanti e sforava anche la buona
usanza di starsene un po' zitti e lasciar parlare anche gli altri.
Ma come tutti gli europei di una certa
età che incontri in Africa, c'aveva un sacco di roba da raccontare,
esperienze e avventure. Insomma, quella che chiamo la “sindrome di
Joseph Conrad”.
Sì, però almeno lui le sapeva
raccontare bene, le storie.
Dai racconti di sta tizia percepivo
solamente un rancore infinito verso questi luoghi, ed ero curioso di
capire da dove proveniva sta negatività.
Presto detto, era stata rapinata due
volte in casa, negli ultimi mesi, con tanto di gasatura soporifera. A
Gaborone, capitale del Botswana, paese popolato da persone
notoriamente pacifiche, come per sua stessa ammissione.
Mh, bene, colgo al volo le motivazioni
di una tale voglia di parlare, condividere e soprattutto la
negatività, rafforzata anche dall'omicidio per rapina di un suo
collega e amico, sempre in Botswana.
Già, le capitali, i grandi
assembramenti di persone non sono i posti più sicuri della terra,
figuriamoci in Africa. Poi, nell'Africa del sud, dove c'è uno
Zimbabwe dittatoriale che continua a produrre emigranti e un
Sudafrica e un Botswana che li accolgono loro malgrado (perché le
frontiere sono assai porose, per la stessa natura ed eredità
culturale della mobilità africana).
A dire il vero, volevo tratteggiare una
descrizione assai infastidita di questa persona, ma mi rendo conto,
mentre scrivo, che le sue parole erano infette da una bile viva e
motivata, purtroppo. Ciò non toglie che avesse delle visioni del
mondo molto sterili e noiose: stantie, in una parola.
***Attenzione: il seguente passaggio
potrebbe risultare palloso***
Ho sempre avuto questa teoria, che
credo qualche altro geografo o storico abbia già sviluppato.
Riguarda il fatto che la “metropoli” (e il conseguente mito della
città e corsa verso la città) sia stata introdotta nell'Africa
subsahariana dagli europei, per questioni logistiche, amministrative
e commerciali. E questo abbia contribuito ad erodere il “villaggio”,
che era prodotto della cultura subsahariana, nel senso più vasto. In
termini geografici si parla di topos,
cioè luogo in greco, però inteso come luogo-tipo, cioè la
tipologia di luogo che una cultura esprime, fatta di x
relazioni che influenzano e a loro volta sono influenzate da
dimensioni, risorse naturali, dinamiche sociali (auto-controllo
sociale, auto-osservazione, redistribuzione, ri-produzione fisica dei
luoghi, trasmissione di sapere, ecc..), insomma tutto ciò che può
essere inserito in un concetto più ampio di territorio.
Ecco, una delle forme tipiche di territorio dell'Africa subsahariana
è il villaggio, la metropoli è un topos estraneo che pertanto
produce dinamiche conflittuali. Questo discorso è proprio ridotto
all'osso e ci sono lacune e imprecisioni pazzesche, ma non posso fare
una dissertazione geografica, qui, ora.
***Fine della pallosità***
Ecco, una delle motivazioni per cui è
sconsigliato risiedere in una capitale o metropoli subsahariana
l'avete capito con una semplice lettura di dieci minuti (se vi siete
sobbarcati l'onere di leggere anche il passaggio palloso, altrimenti
fidatevi di me, oppure fidatevi delle auto blindate e dei passaggi
protetti sopraelevati di Pretoria, come mi raccontava Umberto).
Diverso è se si viene in Africa a fare
“business”, per fare “il business” bisogna stare al centro!,
non puoi fare “il business” stando a Grahamstown o a Chimbelele
(nome di fantasia del villaggio X -magari esiste pure-).
Allora sai che l'impresa comporta
sempre dei rischi e questi sono prettamente economici, in gran parte
dell'occidente, dove il guadagno eventuale è relativo, ma gli stessi
rischi diventano elevati e includono la tua stessa salute se
l'impresa la fai in Africa subsahariana, dove con un investimento
minimo puoi avere enormi guadagni, perché le regole, il mercato, e
tutta la fuffa a seguire, sono fattori negoziabili e aggiustabili a
piacimento (non secondo la “mano invisibile”), tanto quanto la
vita di chi ci sta dentro. E lo vediamo, con il massacro di Marikana nel
2012, con la guerra in Congo che va avanti da vent'anni per le
risorse naturali, tra cui il coltan.
Ma questo forse lo ignori volutamente
quando scegli di venire a fare “il business” in Africa, perché
credi di giocare facile.
Poi però non puoi permetterti di
sputare nel piatto dove hai mangiato. Altrimenti rimanevi a sgomitare
in Europa, dove avevi salva la pelle ma meno quattrini.
Ecco perché mi è stata sul cazzo
quell'ingegnera tedesca.
È facile dire che gli africani fanno
un uso tribale della politica, basta che poi non inneggi a Putin,
solo perché ti stanno sulle palle gli Stati Uniti. Perché allora
vuol dire che semplicemente tu non hai capito un cazzo né
dell'Africa, né del mondo. (Per quel che riguarda gli “equilibri
da guerra fredda” ne possiamo riparlare in un altro capitolo).
In un attimo che mi sono scaldato sono
riuscito (persino!) a dirle che “la logica de il nemico del mio
nemico è mio amico non funziona”, pensa tu! Sì, perché anch'io,
sta ceppa, sono un diesel e tutti sti discorsi che riesco a mettere
in linea ora, mentre scrivo, mentre ero lì restavano dentro come un
groviglio sobbollente di emozioni di fastidio che non riuscivo ad
esprimere, mannaggia a me.
Ma meglio così, altrimenti finiva in
baruffa e fine della raffinata serata in stile coloniale.
Cazzo, sono finito a sproloquiare anche
stavolta. Mi ero messo in programma di scrivere di cazzate e
frivolezze (il file word su cui scrivo si chiama “chipschips”) e
alla fine sono riuscito a cazzarci dentro il panettone moraleggiante.
Oh, però tranzi, che c'ho già la traccia per la prossima, ed è
fichissima, super positiva, e super africana. Giuro che è positiva
la prossima. Giuro!
Ma dovevo metter fuori sta cosa che mi
rosicava, anche perché dopo un po' di discorsi di quella sera mi
sentivo come la tizia Cleo, nel film Freaks!, quando le iniziano a
cantare “Uno di noi! Uno di noi! Uno di noi!”, e io mi dicevo
“no! Non sono come voi! Sì, cioè, sono bianco, ricco, europeo, ma
non sono come voi! Non la penso come voi!”.
Anche perché, dài, sta tipa era
insopportabile, era l'espressione di tutto ciò che era inteso come
lo “sviluppo in Africa” calato dall'alto: via di mega progetti
cementoni, l'ingegnere europeo che si stizzisce se le perdono la
richiesta del permesso di business activity in Namibia e non la
ripresenta perché così è, va in Botswana ed è casa sua solo
perché zeppo di crucchi, io so' io e voi nun siete un cazzo...
Fortunatamente al tavolo sedeva anche
una dignitaria del Regno Unito che ha supportato il mio fastidio, in
quel momento, anti-germanico. Del resto, si sa, quel che unisce
l'Europa è il comune fastidio e intolleranza reciproca, che a volte
vede accomunati gli uni contro gli altri, poi si rimescolano
le alleanze, e sono gli altri uni contro gli uni altri. Un po' come
succedeva durante la storia moderna, la storia contemporanea, e oggi.
Umanamente capisco che la tragedia che
uno può sperimentare, come nelle situazioni che ha passato questa
tipa, porti ad avere una percezione nefasta. E probabilmente ce
l'avrò anch'io quando mi rapineranno e probabilmente mi dirò “ma
che cazzo ho scritto quella volta, mannaggia a sti negri, uno viene
per fare del bene, un po' di ricerca ed ecco quello che gli
capita”...beh, se mi sentirete dire una cosa del genere fatemi
rileggere quello che ho scritto oggi. (Solo che a me, del business,
non me n'è mai fregato un cazzo).
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