sabato 25 ottobre 2014

Aggiornamenti random

Ripropongo su questa piattaforma l'email e il post di Fb che ha suscitato molto interesse da parte di chi l'ha letto (eh, beh, certo, se non lo leggi come fai a sapere se ti interessa).

 
Ora so da dove vengono i ceppi batterici che il mio intestino continua ostinatamente ad espellere: la signora che viene a fare le pulizie non fa le pulizie...
Avevo lasciato un tagliere con due coltelli sporchi e ho trovato i due coltelli a scolare nel cestello delle posate lavate ed erano praticamente zozzi come prima, eccetto per una lieve passata sommaria. Poi ho visto come aspira la moquette...mette il tubo prolunga all'aspirapolvere e passa sopra la moquette così, a casaccio, come quando si innaffia coll'innaffiatoio, un po' qui e un po' lì..
Vabbé, tanto non la pago io, però di positivo c'è che ho scoperto dov'è l'aspirapolvere, così almeno posso fare delle pulizie in maniera seria, perché con la scopa sono riuscito a fare ben poco fin'ora.

Ho trovato conferma di quanto Lorenzo teorizzava riguardo la questione delle pulizie e delle housemaids (donne delle pulizie) in SA...in pratica è un modo come un altro per redistribuire un po' di ricchezza verso le classi più povere ed ha poco a che fare con le pulizie vere e proprie. Uno che c'ha i soldi per una casa ne ha anche per darne un po' a chi ne ha bisogno. E allora si fanno lavorare ste signore che così portano a casa da mangiare per figli e nipoti. E si fanno lavorare sti signori, che curano i giardini, per lo stesso motivo (anche se, giudicando dagli effetti, mi sa che mr. Major lavora meglio di mrs. Thuniywe). Perché in realtà queste case e giardini sono talmente semplici che uno potrebbe farsele da solo le pulizie e il giardinaggio (cioè dar da bere alle piante e raccattare le foglie, se escludiamo i lavori stagionali una tantum, tipo la potatura).
Insomma è una forma di carità, celata dietro la dignità di un lavoro. E magari a mrs. Thuniywe sembra effettivamente di svolgere un lavoro solido, efficace e fatto bene, perché questi sono gli standard africani, non ci si deve mai spaccare la schiena. Sì, capisco che possano suonare razziste queste due ultime frasi, ma in realtà molto spesso in Europa siamo talmente imbevuti di political correctness e distanti dalla realtà africana che non ci rendiamo conto che forse si pecca di esagerazione.

Voglio dire che uno che dice che gli africani non c'hanno voglia di spaccarsi la schiena viene detto razzista. Ma, secondo me, il razzismo in questo caso sta più che altro nella generalizzazione che viene fatta. Perché ci sono sudafricani che si sbattono e riescono a sollevarsi dalla polvere e ci sono sudafricani (molti qui a Grahamstown) che non ne hanno intenzione, non l'hanno mai avuta, che se la sciallano e bene così.
 

Ma per evitare facili generalizzazioni appunto, c'è da dire che a molti sudafricani neri non è mai stato insegnato cosa vuol dire “aspirare a”, o semplicemente non hanno avuto i mezzi per farlo, per pensare che c'è qualcos'altro oltre ad abbandonare una scuola ritenuta inutile (per molti versi a ragione), andare in città “a far fortuna”, salvo poi mettere incinte le morosette e finire a fare l'accattone, nella migliore delle ipotesi. Come il mio amico George -poco più che un ragazzino-, che ho conosciuto nelle mie passeggiate serali. Partito da Peddie (paesotto rurale ad una sessantina di chilometri da Gtown) per andar a far schei nella città, come giardiniere.
Nessuno gli ha mai insegnato che il lavoro di allevatore (anche con poco, eh, mica si parla di mandrie, una decina di capre, qualche pecora magari, un bel pollaio...qui il pascolo è ancora libero e praticamente sconfinato, nelle terre delle comunità indigene, cioè dei mori) a Peddie gli avrebbe garantito un'esistenza dignitosa... Nessuno gli ha mai insegnato che la storia della “fortuna in città” è un mito che si perpetua ovunque nel mondo e che nei paesi in via sviluppo si materializza come nel suo caso, cioè in accattonaggio e stenti (se sei una persona buona, perché se invece hai tendenze astute...).

A Gtown c'è una popolazione di circa 120mila abitanti, poco più di Vicenza, ma se giri per il centro ti sembra un paese di al massimo 15mila abitanti: pochi negozi, tre supermercati in tutto (uno “luxury” Pick'nPay, uno medio Checker's, uno hard discount Shoprite), due pompe di benzina. E dopo un po' capisci il perché: il 70% circa della popolazione di Gtown è disoccupata e qui ti spieghi il perché nonostante il numero di abitanti sembra che le attività commerciali siano sottodimensionate. No, no, non sono sottodimensionate, sono la giusta quantità per la quantità di abitanti che hanno il potere d'acquisto sufficiente per servirsene.

La disoccupazione a Gtown è composta da, mi sembra di capire, una base fissa di disoccupati cronici che son contenti così, con quello che gli passa lo stato, e una larga maggioranza di avventurieri che lasciano le zone rurali per cercare fortuna in città, come il compare George. Quello che li accomuna è il basso grado di istruzione. La scuola in SA funziona come negli USA, vuoi un'istruzione che ti permetta di accedere al mondo del lavoro? Paga! Non hai i soldi? Allora ti devi accontentare di quello che passa il convento: una scuola pubblica che fornisce un'istruzione farlocca e che alla fine della maturità ti permette di avere le stesse conoscenze di una terza media italiana.
E dove cazzo vuoi andare a finire se questi sono i presupposti? Già, il sussidio di disoccupazione integrato con l'accattonaggio sembra, al fine, una buona soluzione, magari metti pure incinta la morosa così ti becchi pure il sussidio per il child support...
E qui vedi tutta l'ingiustizia sociale che si esprime in un tale sistema di istruzione (e a chi mi viene a blaterare della più grande democrazia del mondo, gli USA, gli sferro un calcio nei coglioni prima, e poi gli spiego che quella “democrazia” sta in piedi solo perché c'hanno una potenza militare globale che gli permette di conservare lo status quo per il quale anche l'ultimo sfigato cittadino americano può accedere a dei prezzi ragionevolmente bassi).


Certo anche il governo e l'ANC (che sono poi la stessa cosa, since 1994) hanno la loro mega responsabilità. L'ANC è oggi un partito di demagoghi populisti, nacque come partito di lotta per l'emancipazione dei neri, all'inizio del '900 mi pare. Nelson Mandela fu il più eminente rappresentante di quel partito (ma la storia di Mandela la conosciamo tutti, credo, e alla sua figura va tutto il mio rispetto, per la lotta, per il gabbio che s'è fatto, per l'astuzia politica che ha adottato una volta fuori di galera). Ma quel partito ora è semplicemente pura merda: retorica vuota, incapacità di governare, corruzione, e sussidi a manetta e a pioggia.
È la solita storia dei rivoluzionari istituzionalizzati che alla fine si siedono sugli stessi troni dei despoti che avevano rovesciato.
Ed è proprio nell'interesse dell'ANC perpetuare un'istruzione inutile, per avere un popolo ignorante che possono imbere di chiacchiere vuote e sussidi generosi.

Ho un pensiero che può sembrare cinico, di primo impatto, ma non lo è: è un bene che Madiba sia morto. Almeno l'ANC non lo può più tirar fuori e sventolare come un salvacondotto per ammansire la popolazione di fronte all'incapacità e corruzione che caratterizza il suo agire politico.
È un bene per il futuro del Sudafrica, che le elezioni abbiano un esito diverso rispetto all'attuale 70% che becca l'ANC. C'è veramente bisogno di un cambio nella politica di questo paese.

C'è un partito di centrodestra, DA Democratic Alliance, che becca voti (principalmente dai bianchi) e governa la Provincia del Capo Occidentale (Cape Town), che guardacaso è una delle province a maggioranza bianca. Ma sono mediamente limitati umanamente ed intellettualmente, un po' come tutte le destre lo sono.

Mamphela Ramphele è un personaggio politico molto interessante, è stata attivista anti-apartheid, morosa di Steve Biko, fondatore del Black Consciousness Movement, ha ricoperto ruoli interessanti a livello internazionale (ha presieduto la Banca Mondiale, il che mi fa abbastanza cacare, però se non altro dimostra che ha testa, competenze e credibilità).
Aveva fondato un partito nel 2013, Agang South Africa (Costruire il Sudafrica), che andava oltre la classica divisione dell'elettorato secondo il colore della pelle (neri ANC, bianchi DA), ma ha fatto la cazzata di allearsi con DA e questo ha sollevato un vespaio che alla fine l'ha spinta a ritirarsi dalla politica sudafricana...peccato. Chissà se ritornerà.
E comunque, tra l'altro, aveva detto una cosa giusta: che la popolazione sudafricana non è ancora pronta a superare il concetto di race-based party politics (come cacchio si traduce in italiano? Un partito per razza? Ad ogni razza il suo partito?).

E ne ho conferma sempre. Qualsiasi elemento di quotidianità è permeato dalla classificazione white/black/coloured. I sudafricani sono ossessionati dall'incasellare ogni cittadino secondo il colore della sua pelle. Questo sì che è razzismo puro.

Ovviamente la motivazione di questa ossessione è che ci serve per riparare ai danni dell'apartheid, ci serve per poter darti più opportunità se sei black....ridicolo! Fornite un'istruzione pubblica seria, stupidi idioti! Usate indicatori socio-economici, babbei!
La perversità di questa “riparazione” all'apartheid è ossessiva tanto quanto l'apartheid stesso. Idioti ossessionati dalla razza erano quelli che hanno fondato l'apartheid, idioti ossessionati dalla razza sono questi che tentano di riparare utilizzando le stesse categorie dell'apartheid.
Sono ancora culturalmente schiavi dell'ideologia dell'apartheid. 
Ci vorrebbe un MLK o un Malcolm X, oppure ci vorrebbe che non avessero ammazzato Steve Bantu Biko... e la sua frase “man, you are okay as you are, begin to look upon yourself as a human being” (uomo, sei ok così come sei, inizia a guardarti come un essere umano).

Ieri sera ho avuto un assaggio pratico del concetto della Rainbow nation.
Sono andato in un pub considerato “coloured” (uff, che noia ste categorie) e, dato che sono bianco a quanto pare, ero un po' l'attrazione della serata. Così sono stato agganciato da due studentelli (cazzo, stavo scrivendo “neri”...ma non devo cascarci anch'io in st'ossessione!) di triennale di giornalismo e abbiamo fatto un po' di chiacchiere simpatiche. Mi hanno chiesto se è vero che l'Italia è un paese razzista perché avevano sentito le notizie su Balotelli e poi quella prugnasecca di Tavecchio, e gli ho risposto molto diplomaticamente che l'Italia è un paese con una popolazione mediamente anziana e, sai com'è, i vecchi non vanno pazzi per i cambiamenti.

Poi siamo finiti sul discorso, molto forte qui in SA, del colonialismo linguistico dell'Inglese e di come appiattisca e tenda a cancellare le culture locali, partendo dalla lingua. A quel punto si sono aggiunti alla conversazione due signori seduti in un tavolo a fianco, uno sulla quarantina e uno più anziano sui sessanta. Beh, che figata, il giovane aveva ascendenze nere, bianche e una nonna cinese (e si vedeva dagli occhi), il vecchio era metà nero e metà indiano: il vecchio, Tony, è il boss di un'impresa di commercio frutta e verdura e il giovane, Jerome, un suo impiegato. Quindi alla fine eravamo in cinque e, secondo le amate categorie razziali sudafricane, così assortiti: bianco, nero, nero, coloured, coloured.
Il giovane mi ha raccontato un aneddoto di quando era bambino all'epoca dell'apartheid, per farmi capire come la violenza dell'apartheid fosse radicata anche nei più piccoli. Era a giocare con un suo amico in un campo da cricket che era libero, e così di punto in bianco è stato raggiunto da un fortissimo lancio che l'ha colpito dritto nella schiena, e poi dalle urla di un gruppo di ragazzini bianchi che gli urlavano di andarsene perché quel campo era solo per bianchi. Il mio commento quindi è stato: è difficile lasciar andare un tale passato e muoversi oltre quando sei nato e cresciuto nell'odio. Però è quello che la Commission for Truth and Reconciliation dell'arcivescovo Tutu ha tentato di fare...


Alla fine il pub ha chiuso e i due studenti ci hanno salutato, ma i discorsi si erano fatti interessanti e allora Tony e Jerome mi hanno invitato a bere un'altra cosa nel pub per bianchi e, cazzo, quanto ne sapevano di storia del Sudafrica, mi hanno fatto un compendio del '900 sudafricano, dettagliato e preciso (anche perché qualcosa del SA la conosco anch'io e ho potuto verificarne all'istante la veridicità), soprattutto sulla lotta anti-apartheid, del Black Consciousness Movement e del Pan Africanist Congress e Robert Sobukwe.

Alla fine ci siamo salutati con un “sarebbe ora di smetterla di catalogare le persone a seconda del colore della loro pelle”

Nessun commento:

Posta un commento