giovedì 4 dicembre 2014

XXX ovvero Razzismo in canone inverso


[Continua dalla precedente]
Varia umanità siede nelle varie sale del locale, in quella centrale due tavoli da biliardo messi a casaccio e circondati da persone che tra un po' ci si sedevano sopra da quanto vicine.
Credo che l'unica cosa che li potesse far considerare “tavoli da biliardo” fosse il fatto che erano in bolla, e null'altro più.
Le biglie erano di diverse dimensioni, anche se di poco, il panno era talmente sbregato e ricucito che sembrava la faccia di donatella versace e c'era una sola stecca (cosa serve averne due quando poi si gioca a turno, no?) senza punta.
La modalità di gioco era sfida al vincitore, cioè quello che vinceva rimaneva in gioco e gli sfidanti si facevano sotto. 
Ma la cosa interessante era il modo in cui si prenotavano le partite: una moneta da due rand (che copriva il costo di una partita) andava messa in fila sul bordo del tavolo a segnalare il proprio turno. Una modalità non troppo efficiente, penso, dato che alla fine di ogni partita iniziava una discussione su di chi erano quei due rand, che quelli li avevo messi io e no, tu sei arrivato dopo, i tuoi sono quelli e via: giusto per il gusto di fare a gara a chi ce l'ha più lungo, lo sport che va per la maggiore tra gli uomini di queste parti.
Arriva il mio turno e, dato che già sono una schiappa con stecche e tavoli in ordine, figuriamoci cosa sono riuscito a fare con quel popò di strumentazione. 
Segato di brutto, stretta di mano a fine partita e congratulazioni al vincitore.

Finite le varie partite (Lucky è veramente na bomba) torniamo verso il centro e finiamo a sto cacchio di Rat & Parrot (ribattezzato da me in varie annoiate occasioni come Rap & Tarot oppure Rape the Faggot) che sembra essere il centro di gravità di Grahamstown: un pub inglese, pieno di studentelli sbronzoni ululanti al cui confronto gli universa universis patavini impallidiscono (cioè, gli unipd sembrano dei signori). Lì un compare della cricca si scatena in danze omoerotiche sfrenate con un suo amico che rimane coll'occhio pallato, io mi faccio due risate mentre le due tizie della cricca sono evidentemente imbarazzate e tentano in tutti i modi di trascinarlo via. Io gli domando che c'è di male, lasciate che si diverta. Qui a Grahamstown, grazie all'università, una botta di gay fa coming out e sono tranquilli, paciosi e chiassosi. Non si può dire lo stesso delle zone rurali e delle township dove l'omosessualità è ancora vista come malattia, problema sociale o quantomeno ridicola, e lo “stupro correttivo” delle lesbiche sembra essere una pratica diffusa nei quartieri più poveri, giusto per dare un'idea.

Esauriti i balli, all'interno dei quali sono stato trascinato anch'io, usciamo da sto pub e il portavoce della cumpa, Lucky, mi chiede – sempre sottovoce – se possono fermarsi a dormire a casa mia visto che sono distanti da casa loro e non è per nulla sicuro andare a piedi di notte per Grahamstown. Ci penso due secondi e poi gli dico va beh, però non ci sono letti per tutti (erano in cinque), ci si arrangerà coi divani. Faccio notare che la casa non era la mia, ne ero solo il custode pro tempore, ma sti ragazzi mi sembravano brava gente e di mandarli in giro di notte a piedi non ne avevo voglia.
Allora andiamo a casa, gliela mostro, una delle due tipe mi domanda se quella era la mia camera, sì, e mi dà la sua giacca dicendo di metterla lì, dove -ammicca- dormirà stanotte, inghiotto la saliva e faccio una mezza risata ebete, mentre penso “ma sti cazzi, no!”.
Tornati di là, le due tizie e il ballerino mi squattano la cucina e iniziano a preparare da mangiare, io li avverto che quella montagna di scorte di cui è stipato ogni singolo angolo della casa non mi appartiene, è dell'ossessiva proprietaria e vorrei che rimanesse tale. Per cui mostro quali sono le mie misere provviste (patate, cipolle, pasta, barattolo di sardine al pomodoro e poc'altro) e gli dico che se proprio ci tengono a cucinare potrebbero fare una pasta con le sardine.

Esco dalla cucina e becco Lucky che si sta fumando na cicca nello spugnoso salotto della casa, minchia no!, il puzzo di cicca è come il salmone: sa che deve risalire la corrente e andare ad accoppiarsi col mobilio vecchio, con le tende che stanno in piedi da sole e con le poltrone 100% Acaro. Poi la signora mi scotenna, se vede che manca anche la bozza di Cape Hope...ma porca puttana!, proprio il mobiletto dei liquori dovevano scovare, e via, una tizia mesce sta bozza ai convenuti e io faccio presente che finita quella, altro non si beve. Anche perché poi gliela devo ricomprare io. Fortunatamente non hanno beccato i vari spiriti raffinati, ma si sono accontentati di quella sbobba di zucchero e alcool che naturalmente attrae il giovane beone sudafricano (e lo differenzia antropologicamente dal connoisseur di distillati per alcolizzati eleganti).

Accompagno Lucky fuori a fumarsi la cicca e inizia a farmi un discorso strano, dai toni un po' ruffiani, sempre sottovoce ma ora con dei riflessi vagamente da pappone: “Senti, ma con quale delle due tipe vuoi dormire stanotte?” – “Mh!...” penso. Tra me rifletto: ma così? Di punto in bianco? Allora cincischio una risposta “Boh, sì, perché?, bah, non saprei...ma qualcuna ti ha chiesto di me?” – “Ma prima ti si è seduta sulle gambe Tizia e poi ti sei fatto tenere la mano in vita dall'Altra. Devi decidere.” 
Ah, altro che cultural gap, cultural abyss. Che poi io, talmente naif (o babbeo, come meglio credete), ste cose come il flirting, nemmeno le colgo in Italia, dove sono nato e cresciuto, figuriamoci dall'altra parte del mondo.
Quindi se tanto mi dà tanto, ho imparato che se una tizia ti si siede sulle gambe è perché ha altre mire oltre a quella di riposarsi le gambe ma non ci sono sedie libere, e camminare a braccetto è già parecchio oltre un invito a cena in Italia.
Benone, peccato che non avessi letto le istruzioni prima.
Avrei voluto rispondere a Lucky: “Ma chenne so!? E chi l'aveva capita sta storia delle dinamiche di corteggiamento. Senti, io di sta roba non ci capisco una fava manco a casa mia e sinceramente di dovermi districare in mezzo a donne voraci non ne ho voglia”, invece ho risposto: “Mi piace Tizia”.
Paese che vai, usanze che trovi o come direbbero gli inglesi In Rome do as the Romans. E allora, via, facciamola alla sudafricana.

Il giorno dopo, sabato, ci si alza e, quello che era ormai diventato il personale di una trattoria, cioè le due tipe e il ballerino, iniziano a spignattare (pappandosi salsicce e bistecche congelate della proprietaria) e preparano la colazione con uova strapazzate e pomodori saltati in padella. 
Bella lì, se anche i sindacalisti sudafricani hanno questo concetto della produzione/retribuzione, ci credo che poi dai sindacati vengano fuori mostri alla Cyril Ramaphosa (ex sindacalista dei minatori, ora vicepresidente, multimilionario, proprietario di miniere, nonché mandante/chief in command al momento della strage di Marikana -polizia che spara ad alzo zero contro i minatori scioperanti e disarmati, uccidendone una quarantina, alcuni sono stati rinvenuti ammanettati e con colpo alla nuca, fatti di Marikana, Gauteng Province, 2012-).

Dopo svariate ore passate in cucina a depredare le infinite scorte della padrona di casa (sembrava il contrappasso alla vecchia storia del bianko bastardo pieno di cibo e del bovero negro morto di fame) mentre io e Lucky ci guardavamo un paio di film cult italiani, dei quali forse a lui è sfuggito qualche particolare, hanno deciso di scollare. Ci siamo salutati e alla prossima.

Dopo due giorni mi scrive su whatsapp la Tizia che mi chiede se le “presto” 200 rand per andare a Port Elizabeth. Non rispondo. Lo so, ho fatto male, avrei dovuto semplicemente dire “no!”.
No, non si tratta di essere cinici. Questa volta non ero stato colto impreparato.
La storia del bwana bianco misticamente onnipotente e infinitamente ricco, del partner bianco come ascensore sociale, della pressione economica che la donna qui esercita continuamente nei confronti dell'uomo, le conosco anch'io. Se le avessi “prestato” quei soldi non avrei fatto altro che dare inizio ad una spirale. Non si è più fatta sentire.
Mi confido con Lorenzo, che ha tredici anni di vissuto sudafricano, gli dico della richiesta di soldi e lui inizia la sua risposta con un “Bah, è difficile che ti denunci per stupro, ma almeno hai usato le dovute precauzioni sanitarie?” – “Sì, ma com..coosa?! Stupro?! Ma se quando sono andato in camera mia lei era già dentro il mio letto senza che le avessi detto nulla, se non un: Mmh, sei carina!” – “Sì, ma non sai mai cosa aspettarti se una tizia con cui hai fatto sesso, così a caso, che poi ti domanda dei soldi, esistono varie forme di ricatto...era una ragazza della township?” – “Sì” – “Nella township si cresce presto perché si è esposti a situazioni di vita dure o violenze sia fisiche che psichiche, queste esperienze tendono ad indirizzare verso determinati comportamenti non sempre puliti...ma magari non è il tuo caso”.
Insomma mi ha fatto cacare addosso affinché imparassi la lezione e mi svegliassi fuori, onde evitare di cascare, in futuro, al richiamo pericoloso delle sirene.
Io comunque mi sono sentito usato e oggetto di razzismo. Perché lei è venuta a letto con me in quanto bianco, pertanto pien de schei e con la casa figa (che ho ripetuto migliaia di volte non essere mia). E dopo due giorni mi domanda soldi. Sento un senso di squallore.
E se fosse solo la paranoia del classico bianco con sindrome da accerchiamento (tipica degli Afrikaner in Sudafrica)?
Eh no, ciò!
Dopo due giorni, di mercoledì, mi scrive su whatsapp l'Altra, che è la portavoce telematica della cumpa (dato che il porta-sotto-voce ufficiale, Lucky, non ha il cellulare) e mi scrive testualmente “stiamo venendo lì”. Ma come?! 
Le rispondo che non posso uscire perché devo finire di scrivere un articolo con scadenza per inviarlo sabato (che alla fine me l'hanno cassato) e sono veramente sotto col da fare. Le dico che ci becchiamo nel finesettimana. Allora mi scrive: “Ma possiamo dormire lì?”. Ah, beh. Ecco la conferma di quanto sopra.

Lì per lì non ho risposto. Poi nei giorni seguenti mi aveva scritto un tipo “ciao” e le ho scritto che mi sono incazzato perché mi avevano usato. Ma no! – Fa lei – è perché eravamo lontani da casa. Allora lì ho pensato, vabbé ceste, a fare i discorsi coi finti tonti non si va un granché lontano, e tanti saluti. Non ho più risposto ai periodici “Hello” o “Hi” che mi manda continuamente, ogni due-tre giorni.

Fino a quando, vado in posta per fare le copie certificate del transcript della laurea magistrale e la scorgo mentre è allo sportello. Arraffo un giornale propagandistico del governo, scritto in isiXhosa, di cui ovviamente non comprendo una ceppa se non le faccione sorridenti dei predoni al potere e abbasso la testa fingendo di leggere. 
E così me la scampo con il più classico dei trucchetti da film (che funziona anche nella realtà, visto che ero abbastanza visibile in quell'ufficio, dato che ero l'unico bianco).

Arriva il mio turno allo sportello e chiedo specificamente se mi può fare delle copie certificate (certified copies) del documento, l'impiegata annuisce, prende i fogli, dà una sbirciata e poi, pèm!, timbra e mette la sua firma su ogni pagina. Ma checcazz..? È deficiente o cosa? Cosa mi sta certificando? Che il documento originale è quello vero? 
Le copie certificate che avevo chiesto erano, ovviamente, le fotocopie del documento originale con poi sopra il timbro del pubblico ufficiale che garantiva che quelle fotocopie corrispondevano all'originale. 
Forse dovrei fare richiesta per un impiego alle poste sudafricane, dato che al mio primo ingresso in un ufficio postale ne capivo più dell'impiegato... 
Torno in segreteria e ci facciamo due risate con lo studente allo sportello, gli do il documento, ora doppiamente originale, e bonanotte. 
Spero di non averne più bisogno altrimenti mi tocca tornare alla segreteria studenti dell'Unipd e fila e marca da bollo e fila ancora per la firma certificata dell'ufficiale e via di burocrazia, ancora e per sempre. Ma un po' più consapevole di come funzionano le cose al di fuori della tranquilla Europa.

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