[Continua dalla
precedente]
Varia umanità
siede nelle varie sale del locale, in quella centrale due tavoli da
biliardo messi a casaccio e circondati da persone che tra un po' ci
si sedevano sopra da quanto vicine.
Credo che l'unica
cosa che li potesse far considerare “tavoli da biliardo” fosse il
fatto che erano in bolla, e null'altro più.
Le biglie erano di
diverse dimensioni, anche se di poco, il panno era talmente sbregato
e ricucito che sembrava la faccia di donatella versace e c'era una
sola stecca (cosa serve averne due quando poi si gioca a turno, no?)
senza punta.
La modalità di
gioco era sfida al vincitore, cioè quello che vinceva rimaneva in
gioco e gli sfidanti si facevano sotto.
Ma la cosa interessante era
il modo in cui si prenotavano le partite: una moneta da due rand (che
copriva il costo di una partita) andava messa in fila sul bordo del
tavolo a segnalare il proprio turno. Una modalità non troppo
efficiente, penso, dato che alla fine di ogni partita iniziava una
discussione su di chi erano quei due rand, che quelli li avevo messi
io e no, tu sei arrivato dopo, i tuoi sono quelli e via: giusto per
il gusto di fare a gara a chi ce l'ha più lungo, lo sport che va per
la maggiore tra gli uomini di queste parti.
Arriva il mio turno
e, dato che già sono una schiappa con stecche e tavoli in ordine,
figuriamoci cosa sono riuscito a fare con quel popò di
strumentazione.
Segato di brutto, stretta di mano a fine partita e
congratulazioni al vincitore.
Finite le varie
partite (Lucky è veramente na bomba) torniamo verso il centro e
finiamo a sto cacchio di Rat & Parrot (ribattezzato da me in
varie annoiate occasioni come Rap & Tarot oppure Rape the Faggot)
che sembra essere il centro di gravità di Grahamstown: un pub
inglese, pieno di studentelli sbronzoni ululanti al cui confronto gli
universa universis patavini impallidiscono (cioè, gli unipd sembrano
dei signori). Lì un compare della cricca si scatena in danze
omoerotiche sfrenate con un suo amico che rimane coll'occhio pallato,
io mi faccio due risate mentre le due tizie della cricca sono
evidentemente imbarazzate e tentano in tutti i modi di trascinarlo
via. Io gli domando che c'è di male, lasciate che si diverta. Qui a
Grahamstown, grazie all'università, una botta di gay fa coming out e
sono tranquilli, paciosi e chiassosi. Non si può dire lo stesso
delle zone rurali e delle township dove l'omosessualità è ancora
vista come malattia, problema sociale o quantomeno ridicola, e lo
“stupro correttivo” delle lesbiche sembra essere una pratica
diffusa nei quartieri più poveri, giusto per dare un'idea.
Esauriti i balli,
all'interno dei quali sono stato trascinato anch'io, usciamo da sto
pub e il portavoce della cumpa, Lucky, mi chiede – sempre sottovoce
– se possono fermarsi a dormire a casa mia visto che sono distanti
da casa loro e non è per nulla sicuro andare a piedi di notte per
Grahamstown. Ci penso due secondi e poi gli dico va beh, però non
ci sono letti per tutti (erano in cinque), ci si arrangerà coi
divani. Faccio notare che la casa non era la mia, ne ero solo il
custode pro tempore, ma sti ragazzi mi sembravano brava gente e di
mandarli in giro di notte a piedi non ne avevo voglia.
Allora andiamo a
casa, gliela mostro, una delle due tipe mi domanda se quella era la
mia camera, sì, e mi dà la sua giacca dicendo di metterla lì, dove
-ammicca- dormirà stanotte, inghiotto la saliva e faccio una mezza
risata ebete, mentre penso “ma sti cazzi, no!”.
Tornati di là, le
due tizie e il ballerino mi squattano la cucina e iniziano a
preparare da mangiare, io li avverto che quella montagna di scorte di
cui è stipato ogni singolo angolo della casa non mi appartiene, è
dell'ossessiva proprietaria e vorrei che rimanesse tale. Per cui
mostro quali sono le mie misere provviste (patate, cipolle, pasta,
barattolo di sardine al pomodoro e poc'altro) e gli dico che se
proprio ci tengono a cucinare potrebbero fare una pasta con le
sardine.
Esco dalla cucina e
becco Lucky che si sta fumando na cicca nello spugnoso salotto della
casa, minchia no!, il puzzo di cicca è come il salmone: sa che deve
risalire la corrente e andare ad accoppiarsi col mobilio vecchio, con
le tende che stanno in piedi da sole e con le poltrone 100% Acaro.
Poi la signora mi scotenna, se vede che manca anche la bozza di Cape
Hope...ma porca puttana!, proprio il mobiletto dei liquori dovevano
scovare, e via, una tizia mesce sta bozza ai convenuti e io faccio
presente che finita quella, altro non si beve. Anche perché poi
gliela devo ricomprare io. Fortunatamente non hanno beccato i vari
spiriti raffinati, ma si sono accontentati di quella sbobba di
zucchero e alcool che naturalmente attrae il giovane beone
sudafricano (e lo differenzia antropologicamente dal connoisseur di
distillati per alcolizzati eleganti).
Accompagno Lucky
fuori a fumarsi la cicca e inizia a farmi un discorso strano, dai
toni un po' ruffiani, sempre sottovoce ma ora con dei riflessi
vagamente da pappone: “Senti, ma con quale delle due tipe vuoi
dormire stanotte?” – “Mh!...” penso. Tra me rifletto: ma
così? Di punto in bianco? Allora cincischio una risposta “Boh, sì,
perché?, bah, non saprei...ma qualcuna ti ha chiesto di me?” –
“Ma prima ti si è seduta sulle gambe Tizia e poi ti sei fatto
tenere la mano in vita dall'Altra. Devi decidere.”
Ah, altro che
cultural gap, cultural abyss. Che poi io, talmente naif (o babbeo,
come meglio credete), ste cose come il flirting, nemmeno le colgo in
Italia, dove sono nato e cresciuto, figuriamoci dall'altra parte del
mondo.
Quindi se tanto mi
dà tanto, ho imparato che se una tizia ti si siede sulle gambe è
perché ha altre mire oltre a quella di riposarsi le gambe ma non ci
sono sedie libere, e camminare a braccetto è già parecchio oltre un
invito a cena in Italia.
Benone, peccato che
non avessi letto le istruzioni prima.
Avrei voluto
rispondere a Lucky: “Ma chenne so!? E chi l'aveva capita sta storia
delle dinamiche di corteggiamento. Senti, io di sta roba non ci
capisco una fava manco a casa mia e sinceramente di dovermi
districare in mezzo a donne voraci non ne ho voglia”, invece ho
risposto: “Mi piace Tizia”.
Paese che vai,
usanze che trovi o come direbbero gli inglesi In Rome do as the
Romans. E allora, via, facciamola alla sudafricana.
Il giorno dopo,
sabato, ci si alza e, quello che era ormai diventato il personale di
una trattoria, cioè le due tipe e il ballerino, iniziano a
spignattare (pappandosi salsicce e bistecche congelate della
proprietaria) e preparano la colazione con uova strapazzate e
pomodori saltati in padella.
Bella lì, se anche i sindacalisti
sudafricani hanno questo concetto della produzione/retribuzione, ci
credo che poi dai sindacati vengano fuori mostri alla Cyril Ramaphosa
(ex sindacalista dei minatori, ora vicepresidente, multimilionario,
proprietario di miniere, nonché mandante/chief in command al momento
della strage di Marikana -polizia che spara ad alzo zero contro i
minatori scioperanti e disarmati, uccidendone una quarantina, alcuni
sono stati rinvenuti ammanettati e con colpo alla nuca, fatti di
Marikana, Gauteng Province, 2012-).
Dopo svariate ore
passate in cucina a depredare le infinite scorte della padrona di
casa (sembrava il contrappasso alla vecchia
storia del bianko bastardo pieno di cibo e del bovero negro morto di
fame) mentre io e Lucky ci guardavamo un paio di film cult italiani,
dei quali forse a lui è sfuggito qualche particolare, hanno deciso
di scollare. Ci siamo salutati e alla prossima.
Dopo due giorni mi
scrive su whatsapp la Tizia che mi chiede se le “presto” 200 rand
per andare a Port Elizabeth. Non rispondo. Lo so, ho fatto male,
avrei dovuto semplicemente dire “no!”.
No, non si tratta
di essere cinici. Questa volta non ero stato colto
impreparato.
La storia del bwana
bianco misticamente onnipotente e infinitamente ricco, del partner
bianco come ascensore sociale, della pressione economica che la donna
qui esercita continuamente nei confronti dell'uomo, le conosco
anch'io. Se le avessi “prestato” quei soldi non avrei fatto altro
che dare inizio ad una spirale. Non si è più fatta sentire.
Mi confido con
Lorenzo, che ha tredici anni di vissuto sudafricano, gli dico della
richiesta di soldi e lui inizia la sua risposta con un “Bah, è
difficile che ti denunci per stupro, ma almeno hai usato le dovute
precauzioni sanitarie?” – “Sì, ma com..coosa?! Stupro?! Ma se
quando sono andato in camera mia lei era già dentro il mio letto
senza che le avessi detto nulla, se non un: Mmh, sei carina!” –
“Sì, ma non sai mai cosa aspettarti se una tizia con cui hai fatto
sesso, così a caso, che poi ti domanda dei soldi, esistono varie forme
di ricatto...era una ragazza della township?” – “Sì” –
“Nella township si cresce presto perché si è esposti a situazioni
di vita dure o violenze sia fisiche che psichiche, queste esperienze
tendono ad indirizzare verso determinati comportamenti non sempre
puliti...ma magari non è il tuo caso”.
Insomma mi ha fatto
cacare addosso affinché imparassi la lezione e mi svegliassi fuori,
onde evitare di cascare, in futuro, al richiamo pericoloso delle
sirene.
Io comunque mi sono
sentito usato e oggetto di razzismo. Perché lei è venuta a letto
con me in quanto bianco, pertanto pien de schei e con la casa figa
(che ho ripetuto migliaia di volte non essere mia). E dopo due giorni
mi domanda soldi. Sento un senso di squallore.
E se fosse solo la
paranoia del classico bianco con sindrome da accerchiamento (tipica
degli Afrikaner in Sudafrica)?
Eh no, ciò!
Dopo due giorni, di
mercoledì, mi scrive su whatsapp l'Altra, che è la portavoce
telematica della cumpa (dato che il porta-sotto-voce ufficiale,
Lucky, non ha il cellulare) e mi scrive testualmente “stiamo
venendo lì”. Ma come?!
Le rispondo che non posso uscire perché
devo finire di scrivere un articolo con scadenza per inviarlo sabato
(che alla fine me l'hanno cassato) e sono veramente sotto col da
fare. Le dico che ci becchiamo nel finesettimana. Allora mi scrive:
“Ma possiamo dormire lì?”. Ah, beh. Ecco la conferma di quanto
sopra.
Lì per lì non ho
risposto. Poi nei giorni seguenti mi aveva scritto un tipo “ciao”
e le ho scritto che mi sono incazzato perché mi avevano usato.
Ma no! – Fa lei – è perché eravamo lontani da casa. Allora lì
ho pensato, vabbé ceste, a fare i discorsi coi finti tonti non si va
un granché lontano, e tanti saluti. Non ho più risposto ai
periodici “Hello” o “Hi” che mi manda continuamente, ogni
due-tre giorni.
Fino a quando, vado
in posta per fare le copie certificate del transcript della laurea
magistrale e la scorgo mentre è allo sportello. Arraffo un giornale
propagandistico del governo, scritto in isiXhosa, di cui ovviamente
non comprendo una ceppa se non le faccione sorridenti dei predoni al
potere e abbasso la testa fingendo di leggere.
E così me la scampo
con il più classico dei trucchetti da film (che funziona anche nella
realtà, visto che ero abbastanza visibile in quell'ufficio, dato che
ero l'unico bianco).
Arriva il mio turno
allo sportello e chiedo specificamente se mi può fare delle copie
certificate (certified copies) del documento, l'impiegata annuisce,
prende i fogli, dà una sbirciata e poi, pèm!, timbra e mette la sua
firma su ogni pagina. Ma checcazz..? È deficiente o cosa? Cosa mi
sta certificando? Che il documento originale è quello vero?
Le copie
certificate che avevo chiesto erano, ovviamente, le fotocopie del
documento originale con poi sopra il timbro del pubblico ufficiale
che garantiva che quelle fotocopie corrispondevano all'originale.
Forse dovrei fare richiesta per un impiego alle poste sudafricane,
dato che al mio primo ingresso in un ufficio postale ne capivo più
dell'impiegato...
Torno in segreteria e ci facciamo due risate con lo
studente allo sportello, gli do il documento, ora doppiamente
originale, e bonanotte.
Spero di non averne più bisogno altrimenti
mi tocca tornare alla segreteria studenti dell'Unipd e fila e marca
da bollo e fila ancora per la firma certificata dell'ufficiale e via
di burocrazia, ancora e per sempre. Ma un po' più consapevole di
come funzionano le cose al di fuori della tranquilla Europa.
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