martedì 23 dicembre 2014

Foto come fossero appunti sul moleskine

I convogli del mondo artropode: il Trigoniulus.
È uno spettacolo vederlo avanzare, sinuoso, fluido e coordinato. Con le sue miriadi di zampine (infatti è un Miriapode) sembra il cagnetto a spasso dipinto da Balla. Mountain drive, Grahamstown, Eastern Cape.

Lui era (sigh) il mio animaletto domestico, Spidy. Un ragno chiamato Huntersman per la sua modalità di caccia: fa imboscate alle prede che morde di scatto, senza la tecnica passivista della tela. Ci si può convivere bene perché è molto timido nei confronti dell'uomo e rende anche un notevole servizio di disinfestazione pappandosi i vari ospiti indesiderati (formiche, scarafaggi e altri insetti molesti). Purtroppo, dopo un po' di giorni che lo vedevo un po' troppo statico, una mattina l'ho trovato stecchito.

Scotland or South Africa? #1, Dwesa-Cwebe Wildlife Reserve, Eastern Cape.
Le mucche sono state introdotte come prede per leopardi e leoni.

(Non è veroo!! :D Non ci sono leopardi e leoni, solo tigri! :D
A dire il vero, lì le mucche non potrebbero proprio starci perché è riserva...se tutto va bene, saranno di un parente di un membro del consiglio direttivo della riserva).



Scotland or South Africa? #2, Dwesa-Cwebe Wildlife Reserve, Eastern Cape.

Dwesa-Cwebe Wildlife Reserve, Eastern Cape: Vista (verso O) della baia alla foce del fiume Ngoma.

Dwesa-Cwebe Wildlife Reserve, Eastern Cape: Passeggiando sul selciato naturale.

Circa 20km a sud di Grahamstown.
Please note! Rhino horns on this reserve are treated and unfit for human consumption. (Attenzione! I corni di rinoceronte di questa riserva sono trattati e non commestibili).
Vi ricordate i cartelli che ogni tanto si incontrano lungo i confini dei frutteti? "Frutta avvelenata". Ecco, la frutta ovviamente non è avvelenata, così come il corno del rinoceronte, semplici considerazioni logiche: a) lo scopo è dissuadere i malintenzionati; b) perché coltivare frutta e poi avvelenarla?; c) che veleno puoi mettere su un corno di rinoceronte che sia nocivo all'uomo ma non al rino?
La cosa triste è che questi pacifici bestioni stanno per estinguersi (no, non è falso allarmismo) perché dei poveracci con le pezze al culo li ammazzano per quattro soldi, asportano il corno e lo vendono a qualche mafioso laotiano/vietnamita/cinese che poi lo rivende ad un prezzo maggiore rispetto all'oro a qualche mentecatto, suo connazionale, in grado di sborsare tali cifre per potersi pippare la polvere di corno.
A che pro? Massù! Ma non ditemi che non conoscete gli effetti della polvere di corno di rino!! Se lo sapevano quelli della Pfizer, altro che scervellarsi ad inventare il Viagra, si mettevano ad allevare rino!

P.S.: Ovviamente il corno di rino non ha alcun effetto reale sull'essere umano, ma sugli idioti e sui rinoceronti evidentemente sì.

Mantide Religiosa

Pianta autoctona e spontanea. Fra l'altro pioniera, perché era tra le prime che ho visto spuntare in un terreno bruciato. Non so di che variante si tratti, se Indica o Sativa. Dintorni sud di Grahamstown, Eastern Cape.

...dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i...funghi!
Letame d'asino lungo le strade di Grahamstown, Eastern Cape.

Dwesa, Eastern Cape: Tramonto sulla foce del fiume Nqabara (vista verso SO).

Questa foto sembra inutile, in realtà è un documento incredibile e ha pure un che di quasi magico.
Questo chiusino si trova nella riserva naturale di Dwesa, un piccolo e remoto posticino del Sudafrica, dove ci si arriva dopo due-tre ore di strada di montagna non asfaltata e lontano da qualsiasi centro.
Sapete da dove viene, dov'è prodotto, questo chiusino?
Italia, Lavis (TN).
Ok, al di là delle immediate reazioni di stupore per la distanza raggiunta da questo manufatto, c'è di più per stupirsi.
Il mio amico, nonché supervisore universitario in Sudafrica, Lorenzo è anch'egli originario di Lavis!
Ma non finisce qui: lui è sposato con Pinky che proviene da Dwesa!

Sono riuscito a rintracciare l'origine del chiusino perché, calpestandolo, il marchio ha attirato la mia attenzione in quanto mi ricordavo di averlo già visto a Padova o Vicenza, e poi via di internet e google et voilà: la globalizzazione in una foto, storie di uomini e ghisa.

We are all Marikana (Siamo tutti Marikana), graffito a Grahamstown che ricorda il massacro di minatori ad opera della polizia avvenuto a Marikana, Gauteng, 2012.

Visione panoramica (verso NE) dell'ultimo tratto del fiume Ngoma, Dwesa-Cwebe Wildlife Reserve, Eastern Cape.

giovedì 4 dicembre 2014

XXX ovvero Razzismo in canone inverso


[Continua dalla precedente]
Varia umanità siede nelle varie sale del locale, in quella centrale due tavoli da biliardo messi a casaccio e circondati da persone che tra un po' ci si sedevano sopra da quanto vicine.
Credo che l'unica cosa che li potesse far considerare “tavoli da biliardo” fosse il fatto che erano in bolla, e null'altro più.
Le biglie erano di diverse dimensioni, anche se di poco, il panno era talmente sbregato e ricucito che sembrava la faccia di donatella versace e c'era una sola stecca (cosa serve averne due quando poi si gioca a turno, no?) senza punta.
La modalità di gioco era sfida al vincitore, cioè quello che vinceva rimaneva in gioco e gli sfidanti si facevano sotto. 
Ma la cosa interessante era il modo in cui si prenotavano le partite: una moneta da due rand (che copriva il costo di una partita) andava messa in fila sul bordo del tavolo a segnalare il proprio turno. Una modalità non troppo efficiente, penso, dato che alla fine di ogni partita iniziava una discussione su di chi erano quei due rand, che quelli li avevo messi io e no, tu sei arrivato dopo, i tuoi sono quelli e via: giusto per il gusto di fare a gara a chi ce l'ha più lungo, lo sport che va per la maggiore tra gli uomini di queste parti.
Arriva il mio turno e, dato che già sono una schiappa con stecche e tavoli in ordine, figuriamoci cosa sono riuscito a fare con quel popò di strumentazione. 
Segato di brutto, stretta di mano a fine partita e congratulazioni al vincitore.

Finite le varie partite (Lucky è veramente na bomba) torniamo verso il centro e finiamo a sto cacchio di Rat & Parrot (ribattezzato da me in varie annoiate occasioni come Rap & Tarot oppure Rape the Faggot) che sembra essere il centro di gravità di Grahamstown: un pub inglese, pieno di studentelli sbronzoni ululanti al cui confronto gli universa universis patavini impallidiscono (cioè, gli unipd sembrano dei signori). Lì un compare della cricca si scatena in danze omoerotiche sfrenate con un suo amico che rimane coll'occhio pallato, io mi faccio due risate mentre le due tizie della cricca sono evidentemente imbarazzate e tentano in tutti i modi di trascinarlo via. Io gli domando che c'è di male, lasciate che si diverta. Qui a Grahamstown, grazie all'università, una botta di gay fa coming out e sono tranquilli, paciosi e chiassosi. Non si può dire lo stesso delle zone rurali e delle township dove l'omosessualità è ancora vista come malattia, problema sociale o quantomeno ridicola, e lo “stupro correttivo” delle lesbiche sembra essere una pratica diffusa nei quartieri più poveri, giusto per dare un'idea.

Esauriti i balli, all'interno dei quali sono stato trascinato anch'io, usciamo da sto pub e il portavoce della cumpa, Lucky, mi chiede – sempre sottovoce – se possono fermarsi a dormire a casa mia visto che sono distanti da casa loro e non è per nulla sicuro andare a piedi di notte per Grahamstown. Ci penso due secondi e poi gli dico va beh, però non ci sono letti per tutti (erano in cinque), ci si arrangerà coi divani. Faccio notare che la casa non era la mia, ne ero solo il custode pro tempore, ma sti ragazzi mi sembravano brava gente e di mandarli in giro di notte a piedi non ne avevo voglia.
Allora andiamo a casa, gliela mostro, una delle due tipe mi domanda se quella era la mia camera, sì, e mi dà la sua giacca dicendo di metterla lì, dove -ammicca- dormirà stanotte, inghiotto la saliva e faccio una mezza risata ebete, mentre penso “ma sti cazzi, no!”.
Tornati di là, le due tizie e il ballerino mi squattano la cucina e iniziano a preparare da mangiare, io li avverto che quella montagna di scorte di cui è stipato ogni singolo angolo della casa non mi appartiene, è dell'ossessiva proprietaria e vorrei che rimanesse tale. Per cui mostro quali sono le mie misere provviste (patate, cipolle, pasta, barattolo di sardine al pomodoro e poc'altro) e gli dico che se proprio ci tengono a cucinare potrebbero fare una pasta con le sardine.

Esco dalla cucina e becco Lucky che si sta fumando na cicca nello spugnoso salotto della casa, minchia no!, il puzzo di cicca è come il salmone: sa che deve risalire la corrente e andare ad accoppiarsi col mobilio vecchio, con le tende che stanno in piedi da sole e con le poltrone 100% Acaro. Poi la signora mi scotenna, se vede che manca anche la bozza di Cape Hope...ma porca puttana!, proprio il mobiletto dei liquori dovevano scovare, e via, una tizia mesce sta bozza ai convenuti e io faccio presente che finita quella, altro non si beve. Anche perché poi gliela devo ricomprare io. Fortunatamente non hanno beccato i vari spiriti raffinati, ma si sono accontentati di quella sbobba di zucchero e alcool che naturalmente attrae il giovane beone sudafricano (e lo differenzia antropologicamente dal connoisseur di distillati per alcolizzati eleganti).

Accompagno Lucky fuori a fumarsi la cicca e inizia a farmi un discorso strano, dai toni un po' ruffiani, sempre sottovoce ma ora con dei riflessi vagamente da pappone: “Senti, ma con quale delle due tipe vuoi dormire stanotte?” – “Mh!...” penso. Tra me rifletto: ma così? Di punto in bianco? Allora cincischio una risposta “Boh, sì, perché?, bah, non saprei...ma qualcuna ti ha chiesto di me?” – “Ma prima ti si è seduta sulle gambe Tizia e poi ti sei fatto tenere la mano in vita dall'Altra. Devi decidere.” 
Ah, altro che cultural gap, cultural abyss. Che poi io, talmente naif (o babbeo, come meglio credete), ste cose come il flirting, nemmeno le colgo in Italia, dove sono nato e cresciuto, figuriamoci dall'altra parte del mondo.
Quindi se tanto mi dà tanto, ho imparato che se una tizia ti si siede sulle gambe è perché ha altre mire oltre a quella di riposarsi le gambe ma non ci sono sedie libere, e camminare a braccetto è già parecchio oltre un invito a cena in Italia.
Benone, peccato che non avessi letto le istruzioni prima.
Avrei voluto rispondere a Lucky: “Ma chenne so!? E chi l'aveva capita sta storia delle dinamiche di corteggiamento. Senti, io di sta roba non ci capisco una fava manco a casa mia e sinceramente di dovermi districare in mezzo a donne voraci non ne ho voglia”, invece ho risposto: “Mi piace Tizia”.
Paese che vai, usanze che trovi o come direbbero gli inglesi In Rome do as the Romans. E allora, via, facciamola alla sudafricana.

Il giorno dopo, sabato, ci si alza e, quello che era ormai diventato il personale di una trattoria, cioè le due tipe e il ballerino, iniziano a spignattare (pappandosi salsicce e bistecche congelate della proprietaria) e preparano la colazione con uova strapazzate e pomodori saltati in padella. 
Bella lì, se anche i sindacalisti sudafricani hanno questo concetto della produzione/retribuzione, ci credo che poi dai sindacati vengano fuori mostri alla Cyril Ramaphosa (ex sindacalista dei minatori, ora vicepresidente, multimilionario, proprietario di miniere, nonché mandante/chief in command al momento della strage di Marikana -polizia che spara ad alzo zero contro i minatori scioperanti e disarmati, uccidendone una quarantina, alcuni sono stati rinvenuti ammanettati e con colpo alla nuca, fatti di Marikana, Gauteng Province, 2012-).

Dopo svariate ore passate in cucina a depredare le infinite scorte della padrona di casa (sembrava il contrappasso alla vecchia storia del bianko bastardo pieno di cibo e del bovero negro morto di fame) mentre io e Lucky ci guardavamo un paio di film cult italiani, dei quali forse a lui è sfuggito qualche particolare, hanno deciso di scollare. Ci siamo salutati e alla prossima.

Dopo due giorni mi scrive su whatsapp la Tizia che mi chiede se le “presto” 200 rand per andare a Port Elizabeth. Non rispondo. Lo so, ho fatto male, avrei dovuto semplicemente dire “no!”.
No, non si tratta di essere cinici. Questa volta non ero stato colto impreparato.
La storia del bwana bianco misticamente onnipotente e infinitamente ricco, del partner bianco come ascensore sociale, della pressione economica che la donna qui esercita continuamente nei confronti dell'uomo, le conosco anch'io. Se le avessi “prestato” quei soldi non avrei fatto altro che dare inizio ad una spirale. Non si è più fatta sentire.
Mi confido con Lorenzo, che ha tredici anni di vissuto sudafricano, gli dico della richiesta di soldi e lui inizia la sua risposta con un “Bah, è difficile che ti denunci per stupro, ma almeno hai usato le dovute precauzioni sanitarie?” – “Sì, ma com..coosa?! Stupro?! Ma se quando sono andato in camera mia lei era già dentro il mio letto senza che le avessi detto nulla, se non un: Mmh, sei carina!” – “Sì, ma non sai mai cosa aspettarti se una tizia con cui hai fatto sesso, così a caso, che poi ti domanda dei soldi, esistono varie forme di ricatto...era una ragazza della township?” – “Sì” – “Nella township si cresce presto perché si è esposti a situazioni di vita dure o violenze sia fisiche che psichiche, queste esperienze tendono ad indirizzare verso determinati comportamenti non sempre puliti...ma magari non è il tuo caso”.
Insomma mi ha fatto cacare addosso affinché imparassi la lezione e mi svegliassi fuori, onde evitare di cascare, in futuro, al richiamo pericoloso delle sirene.
Io comunque mi sono sentito usato e oggetto di razzismo. Perché lei è venuta a letto con me in quanto bianco, pertanto pien de schei e con la casa figa (che ho ripetuto migliaia di volte non essere mia). E dopo due giorni mi domanda soldi. Sento un senso di squallore.
E se fosse solo la paranoia del classico bianco con sindrome da accerchiamento (tipica degli Afrikaner in Sudafrica)?
Eh no, ciò!
Dopo due giorni, di mercoledì, mi scrive su whatsapp l'Altra, che è la portavoce telematica della cumpa (dato che il porta-sotto-voce ufficiale, Lucky, non ha il cellulare) e mi scrive testualmente “stiamo venendo lì”. Ma come?! 
Le rispondo che non posso uscire perché devo finire di scrivere un articolo con scadenza per inviarlo sabato (che alla fine me l'hanno cassato) e sono veramente sotto col da fare. Le dico che ci becchiamo nel finesettimana. Allora mi scrive: “Ma possiamo dormire lì?”. Ah, beh. Ecco la conferma di quanto sopra.

Lì per lì non ho risposto. Poi nei giorni seguenti mi aveva scritto un tipo “ciao” e le ho scritto che mi sono incazzato perché mi avevano usato. Ma no! – Fa lei – è perché eravamo lontani da casa. Allora lì ho pensato, vabbé ceste, a fare i discorsi coi finti tonti non si va un granché lontano, e tanti saluti. Non ho più risposto ai periodici “Hello” o “Hi” che mi manda continuamente, ogni due-tre giorni.

Fino a quando, vado in posta per fare le copie certificate del transcript della laurea magistrale e la scorgo mentre è allo sportello. Arraffo un giornale propagandistico del governo, scritto in isiXhosa, di cui ovviamente non comprendo una ceppa se non le faccione sorridenti dei predoni al potere e abbasso la testa fingendo di leggere. 
E così me la scampo con il più classico dei trucchetti da film (che funziona anche nella realtà, visto che ero abbastanza visibile in quell'ufficio, dato che ero l'unico bianco).

Arriva il mio turno allo sportello e chiedo specificamente se mi può fare delle copie certificate (certified copies) del documento, l'impiegata annuisce, prende i fogli, dà una sbirciata e poi, pèm!, timbra e mette la sua firma su ogni pagina. Ma checcazz..? È deficiente o cosa? Cosa mi sta certificando? Che il documento originale è quello vero? 
Le copie certificate che avevo chiesto erano, ovviamente, le fotocopie del documento originale con poi sopra il timbro del pubblico ufficiale che garantiva che quelle fotocopie corrispondevano all'originale. 
Forse dovrei fare richiesta per un impiego alle poste sudafricane, dato che al mio primo ingresso in un ufficio postale ne capivo più dell'impiegato... 
Torno in segreteria e ci facciamo due risate con lo studente allo sportello, gli do il documento, ora doppiamente originale, e bonanotte. 
Spero di non averne più bisogno altrimenti mi tocca tornare alla segreteria studenti dell'Unipd e fila e marca da bollo e fila ancora per la firma certificata dell'ufficiale e via di burocrazia, ancora e per sempre. Ma un po' più consapevole di come funzionano le cose al di fuori della tranquilla Europa.

mercoledì 26 novembre 2014

La vita universitaria


Allora, storiella simpatia.
Sono finalmente andato ad iscrivermi in segreteria per l'anno accademico che inizierà a febbraio. Certo, uno sta qui due mesi e finisce all'ultima delle otto settimane ad iscriversi, perché è nella regola di base delle deadlines (scadenze): mai consegnare troppo in tempo, bisogna ridursi all'ultimo, usare il puzzo della fine che s'avvicina come spinta propulsiva.

In realtà c'è da dire che il primo mese l'ho impiegato per capire: chi sono, cosa ci faccio qui, come funziona l'academia una volta terminate le operazioni di routine (tipo laurea triennale e magistrale), come posso reinvestire quello che ho studiato in qualcosa di completamente nuovo e diverso da quello che conosco, conoscere una decina di persone di cui una sola interessante (un italiano, toh! E che se ne andrà a marzo prossimo), rendermi conto di come realtà e iperrealtà siano due mondi contigui, dove il primo generalmente soccombe al secondo.

Poi, due-tre settimane, sono state dedicate allo sviluppare una sintesi della sintesi della ricerca di dottorato. In pratica, produrre in una pagina le proprie intenzioni di tre anni di ricerca.
Figata! Considerando che avevo appena capito che avrei dovuto fare un salto dagli studi di geografia, teorie socio-ambientali, dinamiche di sviluppo territoriale a ruolo dei media nella società, internet mobile e robe da sociologia della comunicazione che non ho mai studiato (per quanto m'interessino e siano estremamente attuali).
Come passare dai pomi ai peri - sempre frutta, eh! - mi ripeto, per convincermi che può funzionare. D'altra parte non si parla di passare da ingegneria a filosofia. Però le domande che mi sono trovato a fare a Lorenzo, il mio supervisore, erano del calibro di: “ma, e le pere hanno i semi, vero?”.
E, per iscrivermi, mi si chiedeva di, digerito in tempi record il salto disciplinare, schematizzare in una pagina le mie intenzioni di ricerca. Benone!
Ci si penserà poi alla lettura e comprensione di almeno cinquant'anni di teorie e applicazioni al riguardo (perché bisogna conoscerle, almeno per evitare figure di merda).
Grazie al cielo, il supervisore è un tipo in gamba (understatement all'inglese) e ha saputo indirizzarmi per evitare di fare un ingresso alla “non so un cazzo di sta roba, ma mi piace un sacco qui, sento le giuste vibrazioni, yeah!”.
Poi, il discorso è che se uno c'ha testa e voglia può reinventarsi e reinvestire il proprio sapere anche in altri ambiti...purché sempre di frutta si tratti!

Sono finalmente andato ad iscrivermi in segreteria per l'anno accademico che inizierà a febbraio.
Ed è stato più semplice di quel che pensassi (amministrativamente parlando), a parte un po' di incomprensioni iniziali con la segreteria, dovute a diversi sistemi burocratici di riferimento: io insistevo che mi rilasciassero una carta di accettazione provvisoria sulla base del nulla, perché mi serviva come requisito per ottenere quel fottuto permesso di soggiorno, senza il quale loro non potevano iscrivermi all'università...(rileggere la frase per coglierne il loop senza ingresso, né uscita).

Dopo un cinque minuti di ciance a vuoto (e uno studente, in servizio allo sportello, in tilt dopo venti secondi), salta fuori una magica e-mail mostrata da cellulare -vedi che internet mobile, sociologia dei media e compagnia cantante hanno un perché!- che forse avrei dovuto mostrare prima.
Nell'e-mail si diceva che dovevo immatricolarmi. Punto.
Aaaah, ecco perché non ci capivamo! Un po' perché loro erano burocrati e, pertanto, non proni alla comprensione dell'umana esistenza e un po' perché io, quando si tratta di burocrazia, mi arrendo all'istante e inizio deliberatamente a non capirci più un cazzo. È più forte di me: sento le parole “segreteria”, “amministrazione”, “moduli” e addio!, ho più possibilità di sopravvivere se mi abbandoni nel deserto del Karoo che in un ufficio amministrativo.

Ok, allora che mi resta da fare? Devo allegare alla domanda, completa di numero di passaporto...Ha! Questa volta ti ho fottuto, burocrazia! Mi sono portato dietro qualsiasi documento e scartoffia varia: passaporto, carta d'identità (che non vale un cazzo fuori EU), patente, trascrizione della laurea magistrale e di quella triennale, casellario giudiziario, spettroscopia solare, tesi di laurea rilegata in pelle, papiro della triennale, stampata del profilo Facebook e, dulcis in fundo, la ricetta del liquore al mandarino della nonna Maria.
Bene, come ultima cosa devo allegare 100 Rand (circa 7€ e mezzo) per l'inoltro pratica e copia autenticata della trascrizione della laurea magistrale. Cazzo!
Dove la faccio?
In posta!
Perfect!
Vado in posta che, fortunatamente, al momento non è affetta da sindrome della fila africana, cioè lentissima ed infinita e, bam!, chi ti scorgo? La tipa stalker!
E qui arriviamo a quel racconto che avevo anticipato nel precedente racconto. Quindi digressione, o regressione, bah, tanto non esiste una trama, per cui...

Un venerdì sera, annoiato come il solito dall'assenza di attrazioni della località, ero andato al solito pub colored, l'Olde 65.
Ero seduto che scrivevo ad uno dei pochi tizi che conosco in zona, per chiedergli se voleva uscire a farsi una birra e due chiacchiere.
Si siede al tavolo un ragazzo che inizia a parlarmi e di cui riesco a comprendere circa un 20%, un po' per il volume della musica un po' perché il tizio parla sottovoce. Un po' annuisco, un po' domando di ripetere, nel complesso non capisco na mazza.

Ad un certo punto arriva la sua congrega di amici e amiche e si siedono al tavolo, si scambiano un po' di battute di circostanza (“Ah, che figo, hai il mio stesso telefono!” - “Mh,” penso o dico “interessante” -mentre sbadiglio-), poi il tipo sguaina da sotto la giacca na bozza di sidro, che s'era portato dal supermercato per risparmiare, e va a prendere un bicchiere con ghiaccio al banco (e lì ho pensato “fico, se ne sbattono completamente se uno si porta da bere il suo”). 

Ci siamo bevuti il bicchiere di sidro in compagnia, a rotazione e condivisione, e io facevo domande sul Umqombothi (una pappa fermentata, alcolica, che si usa bere in compagnia passandosela, dove la “q” viene pronunciata con uno schiocco della lingua sul palato, come molte altre consonanti in isiXhosa...tra cui la “xh” di isiXhosa...in breve: una lingua impossibile da pronunciare...peccato che la dovrò imparare).

Poi il tipo, Lucky (diminutivo di un ben più lungo nome Xhosa), mi chiede se voglio andare con loro in un bar ancora più sciolto rispetto a questo, dove ci sono anche i tavoli da biliardo. Penso, che più “sciolto” di questo c'è solo una stamberga di quattro muri dove ognuno si porta il suo e si sta seduti a chiacchierare. Va beh, andiamo.
Allora camminiamo un po' verso sto bar, che sta tra il centro e la location (lunga storia spiegare cos'è centro, location, township: per ora vi basti sapere che sono diverse aree residenziali, contraddistinte da diverso e decrescente status sociale).

Arriviamo in sto posto, che mi pare una figata di primo acchito: ha la stessa decadenza di un centro sociale, lo stesso grado di alcolismo di un SerT, la sgarrupatezza di un edificio destinato all'abbattimento e una gabbia da polli (Blues Brothers docet) che riveste il bancone del bar e ciò è condivisibile, dato che a nessuno e nemmeno ai baristi piace trovarsi minacciati con la lama alla gola.
[Segue nella prossima]

giovedì 30 ottobre 2014

Cene eleganti


E insomma l'altra sera sono stato invitato ad un evento mondano, di quelli dal sapore un po' coloniale, dove vari personaggi rappresentanti nobiltà e borghesia europee si ritrovano intorno ad una tavola imbandita, nel mezzo del continente nero, a distillare ipocritamente perle di superiorità snobista nei confronti del luogo che hanno scelto, un po' per rifugio e un po' per scelta avventurosa.

Allora, c'era un tedesco, un francese e un...
No, vabbé, questa era l'introduzione di fantasia, però l'aria che respiravo non era poi tanto meno ipocrita. In ogni leggenda c'è sempre un fondo di realtà, ed eccola qui.

Ero stato invitato a cena da delle ragazze sudafricane con le quali mi ero sbruffonato un paio di settimane fa, invitandole per una golosa parmigiana da me preparata.
Mi preparo in tiro a manetta, total black con solo l'elemento rosso delle scarpe, capello impatinato che più italiano non si può e un paio di bottiglie di bianco di quello buono, del Capo Occidentale: Chenin Blanc e Chardonnay.
Arrivo e trovo una bella atmosfera, la padrona di casa che sta ultimando i preparativi della cena, un curry di verdure accompagnato da del riso integrale. Veramente buono, c'è da dirlo.
Non tutti gli effetti del colonialismo britannico sono stati nefasti, alcuni (marginali) sono positivi come in effetti è la cucina sudafricana. Un melange di sapori africani, europei ed indiani.

E c'era pure sta tipa che sforava un po' la media dell'età dei partecipanti e sforava anche la buona usanza di starsene un po' zitti e lasciar parlare anche gli altri.
Ma come tutti gli europei di una certa età che incontri in Africa, c'aveva un sacco di roba da raccontare, esperienze e avventure. Insomma, quella che chiamo la “sindrome di Joseph Conrad”.
Sì, però almeno lui le sapeva raccontare bene, le storie.
Dai racconti di sta tizia percepivo solamente un rancore infinito verso questi luoghi, ed ero curioso di capire da dove proveniva sta negatività.

Presto detto, era stata rapinata due volte in casa, negli ultimi mesi, con tanto di gasatura soporifera. A Gaborone, capitale del Botswana, paese popolato da persone notoriamente pacifiche, come per sua stessa ammissione.
Mh, bene, colgo al volo le motivazioni di una tale voglia di parlare, condividere e soprattutto la negatività, rafforzata anche dall'omicidio per rapina di un suo collega e amico, sempre in Botswana.

Già, le capitali, i grandi assembramenti di persone non sono i posti più sicuri della terra, figuriamoci in Africa. Poi, nell'Africa del sud, dove c'è uno Zimbabwe dittatoriale che continua a produrre emigranti e un Sudafrica e un Botswana che li accolgono loro malgrado (perché le frontiere sono assai porose, per la stessa natura ed eredità culturale della mobilità africana).
A dire il vero, volevo tratteggiare una descrizione assai infastidita di questa persona, ma mi rendo conto, mentre scrivo, che le sue parole erano infette da una bile viva e motivata, purtroppo. Ciò non toglie che avesse delle visioni del mondo molto sterili e noiose: stantie, in una parola.

***Attenzione: il seguente passaggio potrebbe risultare palloso***
Ho sempre avuto questa teoria, che credo qualche altro geografo o storico abbia già sviluppato. Riguarda il fatto che la “metropoli” (e il conseguente mito della città e corsa verso la città) sia stata introdotta nell'Africa subsahariana dagli europei, per questioni logistiche, amministrative e commerciali. E questo abbia contribuito ad erodere il “villaggio”, che era prodotto della cultura subsahariana, nel senso più vasto. In termini geografici si parla di topos, cioè luogo in greco, però inteso come luogo-tipo, cioè la tipologia di luogo che una cultura esprime, fatta di x relazioni che influenzano e a loro volta sono influenzate da dimensioni, risorse naturali, dinamiche sociali (auto-controllo sociale, auto-osservazione, redistribuzione, ri-produzione fisica dei luoghi, trasmissione di sapere, ecc..), insomma tutto ciò che può essere inserito in un concetto più ampio di territorio. Ecco, una delle forme tipiche di territorio dell'Africa subsahariana è il villaggio, la metropoli è un topos estraneo che pertanto produce dinamiche conflittuali. Questo discorso è proprio ridotto all'osso e ci sono lacune e imprecisioni pazzesche, ma non posso fare una dissertazione geografica, qui, ora.
***Fine della pallosità***

Ecco, una delle motivazioni per cui è sconsigliato risiedere in una capitale o metropoli subsahariana l'avete capito con una semplice lettura di dieci minuti (se vi siete sobbarcati l'onere di leggere anche il passaggio palloso, altrimenti fidatevi di me, oppure fidatevi delle auto blindate e dei passaggi protetti sopraelevati di Pretoria, come mi raccontava Umberto).
Diverso è se si viene in Africa a fare “business”, per fare “il business” bisogna stare al centro!, non puoi fare “il business” stando a Grahamstown o a Chimbelele (nome di fantasia del villaggio X -magari esiste pure-).
Allora sai che l'impresa comporta sempre dei rischi e questi sono prettamente economici, in gran parte dell'occidente, dove il guadagno eventuale è relativo, ma gli stessi rischi diventano elevati e includono la tua stessa salute se l'impresa la fai in Africa subsahariana, dove con un investimento minimo puoi avere enormi guadagni, perché le regole, il mercato, e tutta la fuffa a seguire, sono fattori negoziabili e aggiustabili a piacimento (non secondo la “mano invisibile”), tanto quanto la vita di chi ci sta dentro. E lo vediamo, con il massacro di Marikana nel 2012, con la guerra in Congo che va avanti da vent'anni per le risorse naturali, tra cui il coltan.
Ma questo forse lo ignori volutamente quando scegli di venire a fare “il business” in Africa, perché credi di giocare facile.
Poi però non puoi permetterti di sputare nel piatto dove hai mangiato. Altrimenti rimanevi a sgomitare in Europa, dove avevi salva la pelle ma meno quattrini.
Ecco perché mi è stata sul cazzo quell'ingegnera tedesca.

È facile dire che gli africani fanno un uso tribale della politica, basta che poi non inneggi a Putin, solo perché ti stanno sulle palle gli Stati Uniti. Perché allora vuol dire che semplicemente tu non hai capito un cazzo né dell'Africa, né del mondo. (Per quel che riguarda gli “equilibri da guerra fredda” ne possiamo riparlare in un altro capitolo).

In un attimo che mi sono scaldato sono riuscito (persino!) a dirle che “la logica de il nemico del mio nemico è mio amico non funziona”, pensa tu! Sì, perché anch'io, sta ceppa, sono un diesel e tutti sti discorsi che riesco a mettere in linea ora, mentre scrivo, mentre ero lì restavano dentro come un groviglio sobbollente di emozioni di fastidio che non riuscivo ad esprimere, mannaggia a me.
Ma meglio così, altrimenti finiva in baruffa e fine della raffinata serata in stile coloniale.

Cazzo, sono finito a sproloquiare anche stavolta. Mi ero messo in programma di scrivere di cazzate e frivolezze (il file word su cui scrivo si chiama “chipschips”) e alla fine sono riuscito a cazzarci dentro il panettone moraleggiante. Oh, però tranzi, che c'ho già la traccia per la prossima, ed è fichissima, super positiva, e super africana. Giuro che è positiva la prossima. Giuro!

Ma dovevo metter fuori sta cosa che mi rosicava, anche perché dopo un po' di discorsi di quella sera mi sentivo come la tizia Cleo, nel film Freaks!, quando le iniziano a cantare “Uno di noi! Uno di noi! Uno di noi!”, e io mi dicevo “no! Non sono come voi! Sì, cioè, sono bianco, ricco, europeo, ma non sono come voi! Non la penso come voi!”.
Anche perché, dài, sta tipa era insopportabile, era l'espressione di tutto ciò che era inteso come lo “sviluppo in Africa” calato dall'alto: via di mega progetti cementoni, l'ingegnere europeo che si stizzisce se le perdono la richiesta del permesso di business activity in Namibia e non la ripresenta perché così è, va in Botswana ed è casa sua solo perché zeppo di crucchi, io so' io e voi nun siete un cazzo...

Fortunatamente al tavolo sedeva anche una dignitaria del Regno Unito che ha supportato il mio fastidio, in quel momento, anti-germanico. Del resto, si sa, quel che unisce l'Europa è il comune fastidio e intolleranza reciproca, che a volte vede accomunati gli uni contro gli altri, poi si rimescolano le alleanze, e sono gli altri uni contro gli uni altri. Un po' come succedeva durante la storia moderna, la storia contemporanea, e oggi.

Umanamente capisco che la tragedia che uno può sperimentare, come nelle situazioni che ha passato questa tipa, porti ad avere una percezione nefasta. E probabilmente ce l'avrò anch'io quando mi rapineranno e probabilmente mi dirò “ma che cazzo ho scritto quella volta, mannaggia a sti negri, uno viene per fare del bene, un po' di ricerca ed ecco quello che gli capita”...beh, se mi sentirete dire una cosa del genere fatemi rileggere quello che ho scritto oggi. (Solo che a me, del business, non me n'è mai fregato un cazzo).

sabato 25 ottobre 2014

Aggiornamenti random

Ripropongo su questa piattaforma l'email e il post di Fb che ha suscitato molto interesse da parte di chi l'ha letto (eh, beh, certo, se non lo leggi come fai a sapere se ti interessa).

 
Ora so da dove vengono i ceppi batterici che il mio intestino continua ostinatamente ad espellere: la signora che viene a fare le pulizie non fa le pulizie...
Avevo lasciato un tagliere con due coltelli sporchi e ho trovato i due coltelli a scolare nel cestello delle posate lavate ed erano praticamente zozzi come prima, eccetto per una lieve passata sommaria. Poi ho visto come aspira la moquette...mette il tubo prolunga all'aspirapolvere e passa sopra la moquette così, a casaccio, come quando si innaffia coll'innaffiatoio, un po' qui e un po' lì..
Vabbé, tanto non la pago io, però di positivo c'è che ho scoperto dov'è l'aspirapolvere, così almeno posso fare delle pulizie in maniera seria, perché con la scopa sono riuscito a fare ben poco fin'ora.

Ho trovato conferma di quanto Lorenzo teorizzava riguardo la questione delle pulizie e delle housemaids (donne delle pulizie) in SA...in pratica è un modo come un altro per redistribuire un po' di ricchezza verso le classi più povere ed ha poco a che fare con le pulizie vere e proprie. Uno che c'ha i soldi per una casa ne ha anche per darne un po' a chi ne ha bisogno. E allora si fanno lavorare ste signore che così portano a casa da mangiare per figli e nipoti. E si fanno lavorare sti signori, che curano i giardini, per lo stesso motivo (anche se, giudicando dagli effetti, mi sa che mr. Major lavora meglio di mrs. Thuniywe). Perché in realtà queste case e giardini sono talmente semplici che uno potrebbe farsele da solo le pulizie e il giardinaggio (cioè dar da bere alle piante e raccattare le foglie, se escludiamo i lavori stagionali una tantum, tipo la potatura).
Insomma è una forma di carità, celata dietro la dignità di un lavoro. E magari a mrs. Thuniywe sembra effettivamente di svolgere un lavoro solido, efficace e fatto bene, perché questi sono gli standard africani, non ci si deve mai spaccare la schiena. Sì, capisco che possano suonare razziste queste due ultime frasi, ma in realtà molto spesso in Europa siamo talmente imbevuti di political correctness e distanti dalla realtà africana che non ci rendiamo conto che forse si pecca di esagerazione.

Voglio dire che uno che dice che gli africani non c'hanno voglia di spaccarsi la schiena viene detto razzista. Ma, secondo me, il razzismo in questo caso sta più che altro nella generalizzazione che viene fatta. Perché ci sono sudafricani che si sbattono e riescono a sollevarsi dalla polvere e ci sono sudafricani (molti qui a Grahamstown) che non ne hanno intenzione, non l'hanno mai avuta, che se la sciallano e bene così.
 

Ma per evitare facili generalizzazioni appunto, c'è da dire che a molti sudafricani neri non è mai stato insegnato cosa vuol dire “aspirare a”, o semplicemente non hanno avuto i mezzi per farlo, per pensare che c'è qualcos'altro oltre ad abbandonare una scuola ritenuta inutile (per molti versi a ragione), andare in città “a far fortuna”, salvo poi mettere incinte le morosette e finire a fare l'accattone, nella migliore delle ipotesi. Come il mio amico George -poco più che un ragazzino-, che ho conosciuto nelle mie passeggiate serali. Partito da Peddie (paesotto rurale ad una sessantina di chilometri da Gtown) per andar a far schei nella città, come giardiniere.
Nessuno gli ha mai insegnato che il lavoro di allevatore (anche con poco, eh, mica si parla di mandrie, una decina di capre, qualche pecora magari, un bel pollaio...qui il pascolo è ancora libero e praticamente sconfinato, nelle terre delle comunità indigene, cioè dei mori) a Peddie gli avrebbe garantito un'esistenza dignitosa... Nessuno gli ha mai insegnato che la storia della “fortuna in città” è un mito che si perpetua ovunque nel mondo e che nei paesi in via sviluppo si materializza come nel suo caso, cioè in accattonaggio e stenti (se sei una persona buona, perché se invece hai tendenze astute...).

A Gtown c'è una popolazione di circa 120mila abitanti, poco più di Vicenza, ma se giri per il centro ti sembra un paese di al massimo 15mila abitanti: pochi negozi, tre supermercati in tutto (uno “luxury” Pick'nPay, uno medio Checker's, uno hard discount Shoprite), due pompe di benzina. E dopo un po' capisci il perché: il 70% circa della popolazione di Gtown è disoccupata e qui ti spieghi il perché nonostante il numero di abitanti sembra che le attività commerciali siano sottodimensionate. No, no, non sono sottodimensionate, sono la giusta quantità per la quantità di abitanti che hanno il potere d'acquisto sufficiente per servirsene.

La disoccupazione a Gtown è composta da, mi sembra di capire, una base fissa di disoccupati cronici che son contenti così, con quello che gli passa lo stato, e una larga maggioranza di avventurieri che lasciano le zone rurali per cercare fortuna in città, come il compare George. Quello che li accomuna è il basso grado di istruzione. La scuola in SA funziona come negli USA, vuoi un'istruzione che ti permetta di accedere al mondo del lavoro? Paga! Non hai i soldi? Allora ti devi accontentare di quello che passa il convento: una scuola pubblica che fornisce un'istruzione farlocca e che alla fine della maturità ti permette di avere le stesse conoscenze di una terza media italiana.
E dove cazzo vuoi andare a finire se questi sono i presupposti? Già, il sussidio di disoccupazione integrato con l'accattonaggio sembra, al fine, una buona soluzione, magari metti pure incinta la morosa così ti becchi pure il sussidio per il child support...
E qui vedi tutta l'ingiustizia sociale che si esprime in un tale sistema di istruzione (e a chi mi viene a blaterare della più grande democrazia del mondo, gli USA, gli sferro un calcio nei coglioni prima, e poi gli spiego che quella “democrazia” sta in piedi solo perché c'hanno una potenza militare globale che gli permette di conservare lo status quo per il quale anche l'ultimo sfigato cittadino americano può accedere a dei prezzi ragionevolmente bassi).


Certo anche il governo e l'ANC (che sono poi la stessa cosa, since 1994) hanno la loro mega responsabilità. L'ANC è oggi un partito di demagoghi populisti, nacque come partito di lotta per l'emancipazione dei neri, all'inizio del '900 mi pare. Nelson Mandela fu il più eminente rappresentante di quel partito (ma la storia di Mandela la conosciamo tutti, credo, e alla sua figura va tutto il mio rispetto, per la lotta, per il gabbio che s'è fatto, per l'astuzia politica che ha adottato una volta fuori di galera). Ma quel partito ora è semplicemente pura merda: retorica vuota, incapacità di governare, corruzione, e sussidi a manetta e a pioggia.
È la solita storia dei rivoluzionari istituzionalizzati che alla fine si siedono sugli stessi troni dei despoti che avevano rovesciato.
Ed è proprio nell'interesse dell'ANC perpetuare un'istruzione inutile, per avere un popolo ignorante che possono imbere di chiacchiere vuote e sussidi generosi.

Ho un pensiero che può sembrare cinico, di primo impatto, ma non lo è: è un bene che Madiba sia morto. Almeno l'ANC non lo può più tirar fuori e sventolare come un salvacondotto per ammansire la popolazione di fronte all'incapacità e corruzione che caratterizza il suo agire politico.
È un bene per il futuro del Sudafrica, che le elezioni abbiano un esito diverso rispetto all'attuale 70% che becca l'ANC. C'è veramente bisogno di un cambio nella politica di questo paese.

C'è un partito di centrodestra, DA Democratic Alliance, che becca voti (principalmente dai bianchi) e governa la Provincia del Capo Occidentale (Cape Town), che guardacaso è una delle province a maggioranza bianca. Ma sono mediamente limitati umanamente ed intellettualmente, un po' come tutte le destre lo sono.

Mamphela Ramphele è un personaggio politico molto interessante, è stata attivista anti-apartheid, morosa di Steve Biko, fondatore del Black Consciousness Movement, ha ricoperto ruoli interessanti a livello internazionale (ha presieduto la Banca Mondiale, il che mi fa abbastanza cacare, però se non altro dimostra che ha testa, competenze e credibilità).
Aveva fondato un partito nel 2013, Agang South Africa (Costruire il Sudafrica), che andava oltre la classica divisione dell'elettorato secondo il colore della pelle (neri ANC, bianchi DA), ma ha fatto la cazzata di allearsi con DA e questo ha sollevato un vespaio che alla fine l'ha spinta a ritirarsi dalla politica sudafricana...peccato. Chissà se ritornerà.
E comunque, tra l'altro, aveva detto una cosa giusta: che la popolazione sudafricana non è ancora pronta a superare il concetto di race-based party politics (come cacchio si traduce in italiano? Un partito per razza? Ad ogni razza il suo partito?).

E ne ho conferma sempre. Qualsiasi elemento di quotidianità è permeato dalla classificazione white/black/coloured. I sudafricani sono ossessionati dall'incasellare ogni cittadino secondo il colore della sua pelle. Questo sì che è razzismo puro.

Ovviamente la motivazione di questa ossessione è che ci serve per riparare ai danni dell'apartheid, ci serve per poter darti più opportunità se sei black....ridicolo! Fornite un'istruzione pubblica seria, stupidi idioti! Usate indicatori socio-economici, babbei!
La perversità di questa “riparazione” all'apartheid è ossessiva tanto quanto l'apartheid stesso. Idioti ossessionati dalla razza erano quelli che hanno fondato l'apartheid, idioti ossessionati dalla razza sono questi che tentano di riparare utilizzando le stesse categorie dell'apartheid.
Sono ancora culturalmente schiavi dell'ideologia dell'apartheid. 
Ci vorrebbe un MLK o un Malcolm X, oppure ci vorrebbe che non avessero ammazzato Steve Bantu Biko... e la sua frase “man, you are okay as you are, begin to look upon yourself as a human being” (uomo, sei ok così come sei, inizia a guardarti come un essere umano).

Ieri sera ho avuto un assaggio pratico del concetto della Rainbow nation.
Sono andato in un pub considerato “coloured” (uff, che noia ste categorie) e, dato che sono bianco a quanto pare, ero un po' l'attrazione della serata. Così sono stato agganciato da due studentelli (cazzo, stavo scrivendo “neri”...ma non devo cascarci anch'io in st'ossessione!) di triennale di giornalismo e abbiamo fatto un po' di chiacchiere simpatiche. Mi hanno chiesto se è vero che l'Italia è un paese razzista perché avevano sentito le notizie su Balotelli e poi quella prugnasecca di Tavecchio, e gli ho risposto molto diplomaticamente che l'Italia è un paese con una popolazione mediamente anziana e, sai com'è, i vecchi non vanno pazzi per i cambiamenti.

Poi siamo finiti sul discorso, molto forte qui in SA, del colonialismo linguistico dell'Inglese e di come appiattisca e tenda a cancellare le culture locali, partendo dalla lingua. A quel punto si sono aggiunti alla conversazione due signori seduti in un tavolo a fianco, uno sulla quarantina e uno più anziano sui sessanta. Beh, che figata, il giovane aveva ascendenze nere, bianche e una nonna cinese (e si vedeva dagli occhi), il vecchio era metà nero e metà indiano: il vecchio, Tony, è il boss di un'impresa di commercio frutta e verdura e il giovane, Jerome, un suo impiegato. Quindi alla fine eravamo in cinque e, secondo le amate categorie razziali sudafricane, così assortiti: bianco, nero, nero, coloured, coloured.
Il giovane mi ha raccontato un aneddoto di quando era bambino all'epoca dell'apartheid, per farmi capire come la violenza dell'apartheid fosse radicata anche nei più piccoli. Era a giocare con un suo amico in un campo da cricket che era libero, e così di punto in bianco è stato raggiunto da un fortissimo lancio che l'ha colpito dritto nella schiena, e poi dalle urla di un gruppo di ragazzini bianchi che gli urlavano di andarsene perché quel campo era solo per bianchi. Il mio commento quindi è stato: è difficile lasciar andare un tale passato e muoversi oltre quando sei nato e cresciuto nell'odio. Però è quello che la Commission for Truth and Reconciliation dell'arcivescovo Tutu ha tentato di fare...


Alla fine il pub ha chiuso e i due studenti ci hanno salutato, ma i discorsi si erano fatti interessanti e allora Tony e Jerome mi hanno invitato a bere un'altra cosa nel pub per bianchi e, cazzo, quanto ne sapevano di storia del Sudafrica, mi hanno fatto un compendio del '900 sudafricano, dettagliato e preciso (anche perché qualcosa del SA la conosco anch'io e ho potuto verificarne all'istante la veridicità), soprattutto sulla lotta anti-apartheid, del Black Consciousness Movement e del Pan Africanist Congress e Robert Sobukwe.

Alla fine ci siamo salutati con un “sarebbe ora di smetterla di catalogare le persone a seconda del colore della loro pelle”

8862 km più a Sud (sì, ma in linea d'aria, eh?)

Dopo l'email di aggiornamenti dal Capo Orientale (Sudafrica) che ho inviato a umanità varia (amici, famiglia, conoscenze raffreddate alle quali volevo ricordare la mia fastidiosa presenza), ho ricevuto parecchi feedback positivi, alcuni dei quali (due, sapete chi siete!) mi suggerivano di aprire un blog. Per condividere sapere, esperienze, visioni critiche da luoghi remoti rispetto all'Italia, da dove provengo.

Beh, dopo aver riflettuto un po' ho deciso che era cosa utile e divertente aprire un blog (specie se ciò avviene durante un sabato pomeriggio con un tempo infame).
Però io non sono uno di quei tipi metodici e ordinati che pubblicano regolarmente.
E so anche che questa caratteristica è la principale e fondamentale per mantere vivo l'interesse del pubblico verso il blog.
Quindi questo blog non avrà successo, in quanto posterò scritti e foto in maniera random e non regolare.
Penso che ciò calzi a pennello i miei scopi, in quanto non voglio raccogliere pubblico, ma semplicemente inviare info, riflessioni e cose interessanti a chi mi conosce e mi vuole bene (ma anche per chi mi odia, così può fregarsi le mani qualora apprenda da queste pagine che il mio stato di salute sia eventualmente peggiorato).
 
Knight Street at sunset, Grahamstown (sì, la qualità fa schifo, avevo solo un cellulare con me, beh forse la tolgo sta foto allora, ma no, dài, ne aggiungerò altre migliori poi)


Bon, ecco.
Benvenuto a me, benvenuti a voi!